15/05/05
Toothing: non tutto ciò che è falso non è vero
Rispondete a questa domanda.
Siete in un luogo piuttosto affollato; un locale o un centro commerciale, magari al cinema.
Con il vostro cellulare dotato di connessione bluetooth, state cercando qualche altro dispositivo intorno a voi, sperando che una volta individuato un ricevitore bluetooth dall’altra parte ci sia chi – come voi – ha voglia di un incontro galante e clandestino.
Cosa state facendo?
1. Toothing: cioè state cercando di rimorchiare usando tecnologie wireless.
2. Niente: è solo uno scherzo che gira in internet, e voi ci siete cascati.
Non importa quale sia la vostra risposta.
Sono corrette entrambe.
Ecco i fatti.
Lo scorso aprile diverse webzine e blogzine specializzate in sottoculture tecnologiche e gossip telematici, hanno riportato la notizia che il toothing, ovvero la pratica nata in Inghilterra che consiste nell’andare a caccia di sesso veloce usando i telefonini dotati di bluetooth come strumento per flirtare, sembrerebbe essere nient’altro che una colossale burla.
L’autore della burla risponde al nome di Ste Curran, giornalista della rivista Edge, che ha voluto così prendersi gioco di alcune delle testate più autorevoli per quanto riguarda il vaporware (ovvero il chiacchiericcio sulla tecnologia informatica).
Curiosamente semplice è anche il modo con cui ha dato origine al presunto “movimento”.
Ha registrato un forum nel quale si potevano trovare una serie di racconti fittizi di persone – altrettanto fittizie – che grazie al toothing erano riusciti ad avere storie di sesso mordi-e-fuggi. Qualche settimana dopo il link del forum è stato mandato a Gizmodo, la blogzine che si occupa di gadget e da li è stata citata e diffusa dai lettori più affezionati.
La cosa ha montato finché il fenomeno del toothing è stato considerato una delle tendenze più curiose e interessanti da diverse riviste tra cui Wired, BBC, The Guardian (anche se per la verità Andrew Brown, autore dell’articolo, ha subito espresso scetticismo sull’esistenza dei toothers).
Al di là dell’esistenza o meno della comunità che pratica il toothing, vale la pena sottolineare che la possibilità che i cittadini di sua maestà fossero molto più all’avanguardia nell’uso delle tecnologie a scopo sessuale ha colpito l’immaginazione di molti.
Tanto che il toothing è stato persino utilizzato da una serie televisiva di successo come CSI: Miami come spunto per un episodio (il n.20 della 3 serie) dal titolo Killer date.
Quindi il toothing in realtà non esiste, è stato solo uno scherzo mediatico reso possibile grazie alla facilità delle diffusione di informazioni in rete.
Ma siamo sicuri?
Secondo un principio delle scienze sociali che prende il nome di teorema di Thomas, se le persone definiscono una situazione come reale, essa sarà reale nelle sue conseguenze. Per esempio, se sono convinto che in questa stanza c’è un fantasma, per quanto sia un’ipotesi falsa, interpreterò qualsiasi scricchiolio come sintomo della presenza del fantasma. Se si sparge la voce – falsa - che una banca non ha soldi per i propri correntisti, e tutti i correntisti si precipitano a chiudere i propri conti, la banca fallirà perché non avrà più la liquidità per pagare i propri correntisti. La profezia tende inarrestabilmente ad autoavverarsi.
In sintesi, non è necessario che una situazione sia vera, basta che venga creduta tale.
La domanda a questo punto è: d’accordo, il toothing è una burla. Ma i toothers non possono esistere ugualmente?
Forse non nei numeri e non nel modo che voleva che gli utenti di di bluetooth fossero toothers potenziali, ma la pratica esiste.
Che sia una burla o meno.
Come fa una notizia a passare dall’universo delle idee alla realtà sociale? Basta che sia un meme sufficientemente solido.
I memi sarebbero quelle idee dotate di una forza immaginativa tale che una volta messe in circolo nel mondo dell’informazione, comincerebbero ad avere vita propria. Un po’ come i geni che usano gli organismi biologici per potersi riprodurre (infatti sia questo modo di intendere i singoli geni che l’idea dei memi sono opera dello stesso scienziato, Richard Dawkins).
Sesso, clandestinità, tecnologia, tendenza: questi sarebbero i costituenti chiave del meme toothing che hanno permesso che si riproducesse nei media e nella realtà sociale con una velocità assolutamente straordinaria.
Ma non basta, anche gli strumenti veicolo del meme hanno avuto importanza.
Infatti non è un caso che la cosa sia partita da una blogzine, proprio perché i bloggers sono degli untori culturali assolutamente micidiali. E una volta che la parola chiave è riuscita a infettare un ecosistema informativo, di li a poco anche un ecosistema più ampio – la carta stampata – comincerà a diffondere il meme.
Esistono i toothers?
Sì. L’Italia, ad esempio, ha la comunità che si riconosce intorno al forum di TogaToga che raccoglie esperienze (poche per la verità), dubbi, consigli e quant’altro nata dall’immaginazione di due DJ: DJGabbo e PignaJ. Piuttosto attiva, anche se più legata alla creazione di eventi e Toothing Party, è Bluetoothing.it, partorita dalla fantasia di Fabio Moretti, strumento per diffondere, incuriosire, appassionare e – perché no – divertire con la scusa di parlare di flirt wireless (parola che un po’ liberamente potremmo tradurre: senza legami…)
Proprio grazie a queste diverse community, il toothing è riuscito a farsi veicolare dal principale strumento di costruzione di memi che è la televisione, soprattutto grazie un canale molto attento a mode e tendenze giovanili come MTV Italia.
Lo scorso 25 febbraio la trasmissione Fast Forward, che si occupa di nuovi stili di vita e condotta da due giovani VJ come Eros e Iara, ha raccontato cosa succede nelle feste ispirate al toothing: seduzione si, ma anche divertimento.
Dall’altra parte True Line condotta da Camilla Raznovich che si occupa del rapporto fra giovani e sessualità, nella puntata del 24 marzo scorso ha introdotto il grosso pubblico ai misteri e ai piaceri del rimorchio via cellulare, anche se ha dovuto scontare la difficoltà di spiegare in maniera chiara cosa sia il toothing e come diventi un potente mezzo di aggregazione, quando non è uno strumento per la caccia al partner.
Sbaglia chi crede che il toothing sia solo una pratica veicolata dai media senza avere un riscontro nella società, anche se sicuramente è un comportamento di nicchia se praticato individualmente, oppure di viral marketing, se praticato in modo organizzato.
A Roma le zone in cui si pratica il toothing sono Forum della stazione Termini, il grosso spazio dedicato allo shopping sotto la stazione ferroviaria e il sabato pomeriggio lungo via del Corso, tradizionale luogo di aggregazione degli adolescenti di Roma e zone limitrofe.
Mentre anche a Milano è la stazione – Milano Centrale – a fare la parte del leone, forse perché è un’attività che si sposa bene con i non-luoghi. Molto interessante come toothing space la Fiera di Milano: sufficientemente anonima e ricca di anfratti.
Roma e Milano: potremmo dire che il toothing sia un attività da metrosexual, ovvero da maschio a la page tipico dei grossi centri urbani. Per intenderci, il maschio che non ha bisogno de I fantastici 5, non a caso adattamento italiano del format Queer Eye for a Straight Guy.
Cultura, media, tecnologia, moda, meme, party, pratica: niente male per essere uno scherzo.
Per la serie: non tutto ciò che è falso non è vero.
Posted by Davide Bennato at 05:08 p. in tecnoclastia | Permalink | Commenti (5) | TrackBack
21/02/05
Connessioni pericolose
Siete collegati in chat. State parlando tranquillamente muovendovi in più ambienti.
Vi state divertendo: state chiacchierando con diverse persone parlando del più e del meno e scambiandovi impressioni su film visti, musica ascoltata, libri letti.
Ad un certo punto ricevete un messaggio di una persona che così recita: "La mia vita schifo, tutto è orribile. Ho solo voglia di morire. C'è qualcuno che vuole farlo con me?".
Sulle prime pensate ad uno scherzo, ma se per caso il messaggio vi è arrivato da un IP situato in Giappone, forse è meglio che prendiate il messaggio molto seriamente.
È un nuovo uso di internet che sta pericolosamente prendendo piede fra gli adolescenti del Sol Levante e che sembra preoccupare sempre di più la National Police Agency.
Si chiama suicidio di gruppo (suicide pacts).
Alcuni giovani che hanno deciso di compiere il passo finale, esternano le loro intenzioni ad altri coetanei su alcuni siti particolari o in alcune chat room cercando ragazzi interessati - come loro - a compiere questo gesto disperato.
Lo scorso giovedì sono stati trovati privi di vita ben 4 ragazzi tra i 19 e i 30 anni, sulle rive di un fiume dell'isola di Hokkaido. Ultimi di una lunga serie di suicidi organizzati su internet e che già conta ben 16 vittime morte in questo modo nel solo mese di febbraio.
In realtà il numero dei suicidi collettivi via internet è una piccola cosa rispetto all'enorme numero di ragazzi che decidono di togliersi la vita ogni anno. Ma il problema non è assolutamente sottovalutato in quanto presenta tassi di crescita inquietantemente alti.
Infatti se nel 2003 i ragazzi che si sono suicidati in gruppo tramite la rete sono stati 34, nel 2004 il numero è salito a 54.
È facile intuire il motivo del perché un gesto così estremo venga organizzato in rete e condiviso con dei coetanei. Paura.
La possibilità di condividere con altri il momento della morte permette di affrontare con più coraggio quello che comunque resta un gesto estremamente disperato. E' così che interpretano la pratica alcuni operatori sociali nipponici tra cui Yukio Saito, responsabile del servizio di sostegno psicologico "Inochi no Denwa" (Il telefono della vita).
Il Giappone sta reagendo in modo diverso per tentare di contenere il fenomeno.
La polizia tiene sotto controllo alcuni dei siti considerati responsabili in quanto hanno messo a disposizione sistemi per permettere a questi giovani di cercare altri giovani depressi. Alcuni Internet provider stanno bloccando l'accesso dei propri abbonati a siti sospetti e a chat considerate potenzialmente pericolose, ma come è facile immaginare per un sito oscurato o per una chat bloccata se ne trovano altre che a loro volta diventano veicoli di questo grido di aiuto disperato.
Quello che a questo punto ci dobbiamo chiedere è quale sia la responsabilità di internet in questa inquietante escalation di suicidi.
In altre parole rispetto al fenomeno dei suicidi organizzati tramite la rete, quanto è attribuibile al fenomeno del suicidio in Giappone e quanto è attribuibile in internet?
Se analizziamo attentamente la pratica del suicidio in Giappone, ci accorgiamo che il ruolo di internet è semplicemente quello di fungere da catalizzatore di una situazione esplosiva che ormai da qualche anno sta prendendo piede nel paese del crisantemo e della spada.
Infatti il Giappone è una specie di sorvegliato speciale per la crescita del fenomeno dei suicidi in tutte le fasce d'età. Basti pensare che è un paese con una popolazione pari alla metà di quella degli Stati Uniti ma con lo stesso tasso di suicidi. Qui trovate una interessante mappa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sulla diffusione del suicidio nel mondo.
Inoltre esistono alcune caratteristiche che rendono il significato culturale del suicidio in Giappone diverso dal modo di intendere il suicidio in occidente.
1. L'assenza di sanzione morale.
In accordo con tutte le religioni monoteistiche - cattolicesimo, ebraismo e islamismo - il gesto del suicidio è considerato un gesto da condannare socialmente e teologicamente. Non è così per lo shintoismo, per cui il suicidio non è considerato un peccato ovvero come dicono i sociologi della religione vi è un'assenza di sanzione morale
2. Il suicidio gestito come rituale collettivo.
Noi tutti in occidente lo chiamiamo hara-kiri, anche il il nome esatto è seppuku. Con questo termine si identifica un processo di espiazione sociale dei propri fallimenti che consiste nel togliersi la vita tramite un complicato rituale codificato nel bushido. Tutta la cultura dei samurai è intrisa di questa pratica che potrebbe sembrare senza senso, mentre in realtà è espressione di un modo particolare di intendere il legame tra l'uomo e la società (giapponese).
3. Il suicidio come pratica romanticizzata.
Tutta la letteratura giapponese è ricca di riferimenti entusiastici e celebrativi della pratica del seppuku. Basti pensare ai testi classici basati su storie d'amore che finiscono in tragedia di Chikamatsu, uno dei più famosi scrittori giapponesi, fino - in tempi recenti - al gesto estremo di un autore come Yukio Mishima.
4. La riluttanza a discutere problemi mentali.
Questo è un classico problema della contemporaneità. La depressione è uno dei più diffusi mali delle società contemporanee, situazione ancor più grave in un contesto culturale come quello del Giappone dove i problemi mentali sono sempre stati avvolti dalla riprovazione sociale. Per questo motivo è più facile risolvere i problemi derivanti dal disagio mentale con il suicidio piuttosto che tramite il colloquio psicologico.
5. La rottura delle reti sociali e crescita dell'individualismo.
Recentemente il Giappone è stato colpito da una seria crisi sociale dovuta alla terribile recessione economica a cui il paese è andato incontro. Come se non bastasse già il background culturale che predispone al suicidio.
Questo lungo post per dire cosa?
Semplicemente questo: la notizia dei suicidi via internet ha tutte le caratteristiche per diventare un modo per parlare dei pericoli di internet. Ha un gusto esotico, è relativa ad una pratica cruenta come quella del suicidio, fa riferimento a un popolo che conosciamo solo tramite stereotipi.
Una domanda: è l'unica notizia relativa alla rete che ha bisogno di una accurata spiegazione per poter essere compresa fino in fondo evitando una caccia alle tecno-streghe?
Posted by Davide Bennato at 12:24 m. in tecnoclastia | Permalink | Commenti (0) | TrackBack
30/01/05
Cyborg-consumatore: nuovo segmento di mercato?
Se guardate una persona intenta nell'ascoltare la sua playlist preferita su di un iPod, cosa state vedendo? Avete due possibilità di risposta.
La prima: è semplicemente una persona che si sta divertendo nell'ascoltare le sue canzoni preferite, magari sfruttando del tempo poco produttivo come un viaggio in metropolitana o una coda all'ufficio postale.
La seconda: stiamo assistendo alle avvisaglie di un nuovo tipo di soggetto sociale, il cyborg-consumatore, che interfacciandosi al suo dispositivo tramite le cuffie, porta con sé il suo universo di contenuti musicali.
Qual è la vostra scelta?
Se avete scelto la seconda risposta, allora siete dei perfetti analisti del mercato tecnologico di ultima generazione.
Di cosa sto parlando?
Da un po' di tempo nelle scienze sociali ha preso piede l'idea che il consumo non debba essere solo analizzato da una prospettiva economica tradizionale, ma anche da una prospettiva antropologica che valorizzi la dimensione simbolica.
Secondo questa impostazione il consumo non è solo una attività passiva, ma è anche una strategia attraverso la quale l'individuo costruisce la propria identità e si crea una categorizzazione del mondo che lo circonda.
In sintesi: il fatto che io acquisti - a parità di cilindrata - un'automobile dal design aggressivo rispetto piuttosto che una dal design più rassicurante, dice qualcosa sul mio modo di concepire l'auto e sul tipo di valore simbolico che attribuisco al concetto di mobilità.
Da questo stile di analisi - che mescola consumo, cultura e (ovviamente) comunicazione - stanno nascendo nuovi modi per studiare le tecnologie per la musica portatile come l'iPod.
Uno degli esponenti del marketing di ultima generazione che cerca di sfruttare queste idee per capire meglio l'andamento del mercato della tecnologia è Markus Giesler, professore presso la York University di Toronto, che ha già lavorato sui temi simili, studiando le strategie basate sull'economia del dono tipiche della comunità degli utenti Napster.
La sua ultima ricerca si chiama iPod Therefore iAm e consiste in una ricerca etnografica sui significati sociali del consumo di musica tramite iPod. Per accumulare questo materiale, Giesler ha sviluppato un sito internet - iPod Stories - tramite il quale raccogliere le storie degli utenti del lettore MP3 dell'Apple, nonché i loro comportamenti d'uso.
Secondo Giesler è un errore considerare l'iPod semplicemente come un lettore avanzato di file MP3. In realtà è un dispositivo che trasforma gli utenti in cyborg tramite quella che lui chiama la "tecnotrascendenza".
In pratica l'iPod è una tecnologia che assorbe i suoi consumatori in una vera e propria matrice di intrattenimento ibrida (composta cioè da computer, internet, tecnologie P2P, negozi di musica online). Questo consumatore viene chiamato cyborg-consumatore, in quanto profondamente immerso in un ambiente tecnologico e potentemente connesso socialmente e tecnologicamente.
Per questo consumatore, l'iPod è considerato alla stregua di una protesi che permette l'estensione della memoria, un po' come Johnny Mnemonic del film omonimo di Robert Longo.
L'idea che l'ascolto musicale in movimento sia un'esperienza di consumo con connotazioni completamente diverse dall'ascolto musicale domestico, non è un'idea nuova.
Il consumo in movimento non fa altro che radicalizzare una caratteristica della modernità, ovvero la fusione tra spazio pubblico e spazio privato. Fusione - questa - rappresentata dalle tecnologie della privatizzazione mobile come la televisione (il mondo esterno che entra nel salotto di casa) e l'automobile (un pezzo di casa che percorre lo spazio pubblico).
Il risultato di questa radicalizzazione è rappresentato dalla bolla comunicazionale, ovvero quell'ambiente virtuale che sembra avvolgere i consumatori di musica portatile (dal walkman agli MP3 player).
Anche l'uso del cyborg come metafora di questo nuovo rapporto uomo/tecnologie, non è nuovo. I Cultural Studies sono ricchi di casi in cui la figura dell'ibrido tecnoumano è usata per descrivere il nuovo ambiente sociale e tecnologico all'interno del quale viviamo. Fino a studi che si sono spinti ad analizzare i nuovi soggetti politici come delle figure a metà tra l'uomo e la macchina, portatori di nuovi valori e nuovi diritti (è il caso di Manifesto Cyborg di Donna Haraway).
Perché è interessante l'impostazione di Giesler? Perché stiamo parlando di marketing.
Il marketing di questi ultimi anni ha cercato di inventarsi un modo di guardare al mercato in grado di coniugare consumatori emergenti, nuovi spazi di consumo, significati sociali innovativi, strategie comunicative d'avanguardia.
La metafora del cyborg può essere d'una certa utilità per affrontare questi temi.
Ma la domanda successiva che ci dobbiamo porre è: fino a che punto regge la metafora?
Le risposte sono aperte.
Posted by Davide Bennato at 09:51 p. in tecnoclastia | Permalink | Commenti (2) | TrackBack
23/01/05
Un antropologo fra gli ingegneri
Proviamo ad immaginare la tecnologia come un'isola.
Su quest'isola esisteranno un gran numero di gruppi, ognuno dotato del proprio compito.
Da una parte ci sono gli scienziati, che vagano alla ricerca di nuove conoscenze da imbrigliare e nuove risorse da sfruttare. Dall'altra ci sono i tecnici, gli ingegneri, che cercano di costruire macchine e nuovi dispositivi sfruttando la conoscenza accumulata dagli scienziati (ma non solo). Dall'altra ancora ci sono gli esperti di mercato, gli uomini del marketing, che provvedono ad inventare nuovi modi per far sì che i dispositivi incontrino l'interesse dei clienti. Ed infine ecco gli utenti, concentrati a leggere manuali di istruzione e inventare nuovi modi per usare i gadget.
In questo brulicare, poteva mancare un antropologo?
Evidentemente no.
La storia è questa.
La Vodafone UK ha recentemente sviluppato un particolare servizio che consiste nello spedire cartoline postali usando il telefonino. Il cliente manda al centro servizi della compagnia telefonica un MMS dotato di testo e messaggio indicando l'indirizzo del destinatario. La stessa compagnia provvederà a far recapitare a casa della persona in questione una cartolina con immagine e testo che il mittente ha voluto far spedire. L'idea è che il destinatario a sua volta vorrà ricambiare la gentilezza e desidererà inviare una cartolina personalizzata, avvalendosi così del servizio fornito dalla Vodafone.
La cosa curiosa è che gli esperti di marketing della Vodafone hanno messo a punto questo servizio sfruttando alcuni comportamenti tipici delle popolazioni della Papua Nuova Guinea, che gli antropologi hanno studiato fin dagli anni '20 e che prende il nome di circuito del Kula.
Chiedere a un antropologo del circuito del Kula è come chiedere ad uno studioso di letteratura italiana di parlare della Divina Commedia: praticamente un classico.
Kula è il nome che assume un particolare tipo di scambio di doni che ha come scopo quello di rinsaldare i legami sociali alla base di diverse tribù. La pratica consiste nello scambiarsi una serie di oggetti - per lo più bracciali di conchiglie - la cui finalità è rendere colui che porta questi doni ben accetto alla comunità per poi dare inizio così alla trattativa commerciale, vero obiettivo della cerimonia del Kula.
E' su questa base che Richard Harper, antropologo ex direttore del Digital World Research Center (University of Surrey) ora direttore dello User Understanding Group dell'Appliance Studio, ha suggerito agli esperti di marketing della Vodafone di sviluppare un servizio che sfruttasse in chiave tecnologica il circuito del Kula.
Attualmente il servizio è solo agli albori. Prossimamente sarà possibile scambiare file audio e video, materiale multimediale che potremmo considerare il corrispettivo tecnologico dei braccialetti di conchiglie.
Potrebbe sembrare molto innovativo un utilizzo del sapere degli antropologi per migliorare le strategie di marketing tecnologico.
In realtà il legame fra antropologi e tecnologia è molto più vecchio di quanto si possa pensare.
I primi ad usare gli antropologi per migliorare le modalità d'uso della tecnologia è stato il leggendario laboratorio di ricerca della Xerox chiamato PARC (dall'acronimo Palo Alto Research Center).
Infatti in questo laboratorio nel 1973 venne messo a punto un nuovo modo di concepire la comunicazione uomo-computer basato sull'uso di un dispositivo inventato solo qualche anno prima da uno psicologo di nome Carl Engelbart e un nuovo modo di rappresentare le informazioni usando la metafora della scrivania. Venne cioè sviluppato il progenitore dei personal computer: lo Xerox Alto, primo computer del mondo dotato di interfaccia WYSIWYG e mouse. Non solo. Nel 1981 sfruttando la collaborazione con l'antropologa Lucy Suchman, venne introdotto il bottone verde dalle dimensioni maggiori rispetto agli altri, per semplificare le operazioni di copiatura sulle fotocopiatrici Xerox.
Questi sono solo alcuni degli esempi di come l'antropologia sia venuta incontro alle esigenze della tecnologia. Ma quello che resta interessante è vedere come gli antropologi hanno modificato il modo di incorporare la tecnologia nella nostra vita (e nei nostri ambienti di lavoro).
Potrebbe però sorgere una obiezione. Siamo sicuri che una pratica di un'isola lontana possa essere applicata senza problema ad una società come la nostra così distante nel tempo e nello spazio?
In realtà le teorie antropologiche si basano sul fatto che tutte le società sono dotate di rituali, ovvero processi tramite i quali i vari gruppi creano (o distruggono) rapporti sociali.
Magari nella nostra società potrà non esistere un rituale così articolato come il circuito del Kula, ma esistono altri modi altrettanto ritualizzati per creare legami le persone sfruttando la strategia dello scambio dei doni.
Proviamo a pensare quanto sono articolati i nostri modelli di ragionamento quando dobbiamo decidere cosa regalare ad una persona. Non hanno niente da invidiare ai sottili significati sottintesi ai comportamenti di una cultura tribale.
Perché la tecnologia ha bisogno dell'antropologia per far parte integrante nel nostro orizzonte quotidiano? E' una questione di adattamento.
E' banale affermare che viviamo intrisi in un contesto fortemente tecnologico. Banale, ma vero.
In quanto animali culturali con caratteristiche limitate abbiamo bisogno di un aiuto per accelerare il processo di integrazione del gran numero di dispositivi tecnologici nella vita di tutti i giorni. L'antropologia può aiutare a far questo, aiuta a farci riflettere su quali siano i limiti dei rapporti fra l'uomo e le sue macchine e far in modo che si viva sempre meglio all'interno della "tecnosfera".
L'antropologia non fa che questo: semplifica il nostro rapporto con gli artefatti, migliora l'adattamento dell'uomo al suo spazio urbano, sviluppa ambienti di lavoro sempre più salubri.
E aiuta a vendere meglio la tecnologia.
Posted by Davide Bennato at 06:21 p. in tecnoclastia | Permalink | Commenti (1) | TrackBack
15/01/05
Tecnoclastia?
Quando Leone III l'Isaurico - imperatore dell'Impero Romano d'Oriente - decise di contrastare il potere temporale della Chiesa, all'epoca sotto il papato di Gregorio II, non immaginava che avrebbe adottato una strategia destinata a colpire la fantasia delle generazioni future.
La manovra politica avrebbe avuto profonde ripercussioni nei rapporti fra Impero e Papato per tutto il periodo che va dall' VIII al IX secolo (725-842 dopo Cristo).
Tale strategia prese il nome di iconoclastia.
Iconoclastia deriva dal greco e significa "distruzione delle immagini".
Sacre, per la precisione.
Obiettivo dell'iconoclastia era quello di reagire alla progressiva presa di potere da parte della curia bizantina che imperversava nelle regioni dell'Impero Romano d'Oriente e che traeva dal culto delle immagini sacre (iconolatria) il principale potere ideologico.
Leone III, consapevole del progetto politico alla base dell'iconolatria, accusò tale pratica di superstizione e idolatria, promulgando nel 730 d.C. l'editto con cui dava inizio alla furia iconoclasta, che avrebbe privato il futuro di un patrimonio artistico incalcolabile.
L'iconoclastia era evidentemente una manovra politica, un escamotage teologico per far si che il potere spirituale non intaccasse il potere temporale.
Ma dal punto di vista intellettuale era molto interessante.
Lo era perché l'iconoclastia era frutto della commistione dell'etica cristiana con le dottrine teologiche provenienti dall'Islam, confine est dell'impero di Leone III, per le quali era fatto divieto assoluto di rappresentazione della figura umana e dell'immagine di Dio.
La questione dell'iconoclastia venne risolta dal II concilio di Nicea (787 d.C), quando insigni teologi difesero la libertà di culto delle immagini e le relative conseguenze politiche.
L'iconoclastia però non morì. Altri periodi storici di reazione al potere del papato hanno fatte proprie alcune varianti delle idee iconoclaste (é il caso, ad esempio, della riforma protestante).
Per tacere del successo che l'idea ha avuto nell'arte del XX secolo e nelle riflessioni sulla società della comunicazione.
Impero Romano D'Oriente, dottrine teologiche, lotte politiche, resistenze ideologiche.
Cosa c'entra tutto questo con la tecnologia?
La tecnologia è diventata l'ideologia più importante della società contemporanea.
In alcuni casi è una forma così forte assume i connotati di una religione. Alcune volte ottimistica (tecnocrazia), altre pessimistica (luddismo), sempre retorica.
Lo scopo della rubrica è proprio questo: riflettere sulle conseguenze umane e sociali dello sviluppo tecnologico senza trionfalismi né pessimismi, solo guidati dalla voglia di comprendere cosa succede man mano che ci immergiamo in un ambiente sociale e culturale assorbito dalla tecnologia.
Per questo il termine tecnoclastia.
La voglia è quella di "rompere" la tecnologia, non per distruggerla ma per capire cosa c'è dentro. Conoscere come funziona l'aspetto umano che di solito sottende l'oggetto tecnico, magari facendoci aiutare dalle scienze sociali (sociologia, antropologia, psicologia, ...).
E' anche un altro il motivo del termine: si chiama storia.
Siamo abituati a pensare che la tecnologia è qualcosa di recente, qualcosa che ci riguarda dal computer in poi, al limite dalla rivoluzione industriale.
Ma sappiamo che non è così.
La tecnologia ha radici profonde, persino precedenti allo sviluppo della scienza, quando veniva chiamata arte o tecnica.
In anni come questi in cui la parola tecnologia di solito viene usata in senso inglese, ho preferito usare un termine che - con il suo suffisso greco antico - suonasse irrimediabilmente antico.
Come è antico il rapporto dell'uomo con i propri utensili e le proprie macchine.
Quindi basta parlare di rivoluzioni tecnologiche o di società disumanizzata dalla tecnologia.
Adesso parliamo di tecnoclastia.
Posted by Davide Bennato at 05:51 p. in tecnoclastia | Permalink | Commenti (3) | TrackBack
01/10/04
Tecnoclastia
La rubrica esordirà nella terza settimana di gennaio 2005.
Posted by Marcello Oddini at 11:05 m. in tecnoclastia | Permalink | Commenti (0) | TrackBack



