30/08/05
Senza l'obbligo del gol
Cosa dovremmo aspettarci dalla Rete negli equilibri politici. E cosa non dovremmo aspettarci.
In questi giorni, scrivendo un articolo che uscirà a breve su una rivista di cultura politica, stavo cercando di razionalizzare una logica che tutti tendiamo ad applicare nelle nostre analisi e che, tuttavia, non è sempre la migliore. Siamo spesso portati a credere che il web (il web dopo i blog ma non più solo i blog) sia in una specie di rapporto diretto con i fatti. Un rapporto di causa effetto senza altre relazioni. Ad esempio, sembriamo aspettarci che possa condizionare "direttamente" l'agenda politica o sociale. Questo accade, è accaduto e continuerà probabilmente ad accadere, ma solo a determinate condizioni. Condizioni che si verificano su una base di occasionalità troppo rara per essere il tratto saliente di quanto abbiamo intorno e del mondo in cui stranamente tutti viviamo.
Così è facile dividerci in ottimisti e scettici. Ma non credo che sia
nelle cose un ragionamento di questo tipo. Si guardi (come esempio estremo) a quello di
Fausto
Carioti (collaboratore di Libero, secondo l' handmade
who's who del web italiano).
Io credo che l'effetto della Rete sulla politica e sulla società
non possa essere immaginato come "diretto" e regolato da causa ed effetto. Quando succede è
direttamente osservabile (quindi riconoscibile) e ce ne accorgiamo subito. Ma non credo
che si possa calcolare su queste basi l'efficacia (politica ed economica) della Rete.
Se così fosse avrebbero ragione
coloro che banalizzano il problema con l'argomento "siamo ancora pochi in Internet". Anche
se fossimo tutti connessi (ed è prevedibile che lo saremo, nei tempi sociali giusti) non
cambierebbe nulla. Non in maniera significative se è questo "rapporto di forze diretto"
che ci aspettiamo. Le società sono più simili ad ecosistemi complessi che ad un interruttore on/off.
Dovremmo cominciare, forse, a prendere atto che le tecnologie stanno ridisegnando la cultura contemporanea ad un livello più profondo. Appoggiandoci alla semiotica ed all'antropologia, potremmo utilizzare le definizioni di cultura testualizzata e cultura grammaticalizzata per capirci meglio:
Questa prospettiva aggiunge all'inventario di strumenti per l'analisi, la categoria della coscienza culturale. Questa categoria ci consente di descrivere il modo attraverso cui i testi vengono assorbiti e riorganizzati, non solo per il loro significato individuale, ma per il loro assortimento nel sistema, per la maniera, dice Lotman, in cui vengono usati dal sistema stesso."
[Ugo Volli]
La nostra cultura occidentale, già grammaticalizzata con i media di massa, sta
perfezionando il meccanismo. Oggi tutti abbiamo un canale per esprimerci e quindi
la capacità di rielaborazione ed organizzazione aumenta esponenzialmente. Conosciamo
meglio il mondo che abbiamo intorno, ce lo spieghiamo meglio, ci aiutiamo collettivamente
a crescere e a capire.
Tutti i cambiamenti che stiamo osservando
(l'impatto sui mercati, i nuovi equilibri dell'informazione, ecc.) avvengono a livello
di processo, e spesso non sono direttamente osservabili se non sulla distanza e su una scala ampia,
riconoscendo
piccoli indizi di cambiamento di volta in volta. Ogni tanto succede un caso esemplare
(un bestseller partito dal basso), ma
la vera notizia è che è cambiato (in meglio) il nostro modo di accedere alla conoscenza,
a libri che nel vecchio sistema non avremmo incontrato mai.
Allo stesso modo la nostra capacità collettiva
di analisi politica oggi è enorme: abbiamo la possibilità di esprimere il nostro pensiero
e di accedere in pochi click alle interpretazioni delle persone che stimiamo. Cambia il modo in cui
ci costruiamo l'opinione e questo modo non è controllabile da un centro. I blog che
fanno dimettere Lott, per dirla banalmente, non sono la causa (nè l'obiettivo) del cambiamento, ma un
sintomo (uno dei tanti). In termini calcistici, casi simili sono come un "gol della domenica". Bello, ma che nulla
dice su come gioca la squadra.
Il
metalivello in cui il sistema spesso esplicita le regole della propria
costituzione oggi siamo anche noi privati cittadini. Se vi sembra meno importante di un risultato
congiunturale, pensateci bene. Se ci accontentassimo di essere capaci di far dimettere Fazio comprando
la pagina di un quotidiano (o senza comprarla) saremmo davvero contenti? Quello che abbiamo
tra le mani oggi è molto, molto più importante. Con il tempo, con i tempi dei processi sociali,
disegnerà regole nuove. Se così non fosse, sarebbe il primo medium a fallire in questo intento.
E non è pensabile che il più potente tra tutti i media, la cui logica appena intravediamo ancora,
fallisca.
La partita è ancora lunga. Se non abbiamo l'obbligo del gol e se nessuno può essere scettico
in mancanza di gol
(senza apparire ormai superficiale), qual è la strada? Cosa dovremmo pensare?
La domanda che dovremmo porci, credo, non è "se riusciamo o non riusciamo a far dimettere Fazio" (ammesso
anche di essere d'accordo come massa critica). La domanda è, invece, "come possiamo gestire
questo (lungo) processo sociale per disegnare una società più equa e moderna"?
Guardiamo al mondo anglosassone. Io trovo importanti le discussioni che si fanno da quelle parti,
come questa tra Britt Blaser e Arthur Einstein Jiunior. I due
si confrontano sul modo migliore in cui gli
abitanti di New York possano prendere il controllo del loro futuro (e quindi su
un nuovo modello di web framework
sociale). E' un esempio, ma certi temi sono sintomo di consapevolezza,
di un percorso compiuto in piena coscienza,
senza isterimi e senza rincorrere storielle. Un percorso compiuto non da tutti, è ovvio,
ma almeno da qualcuno. E nell'area anglosassone questo qualcuno non è "pochi".
L'effetto più evidente è che la consapevolezza, partita da studi e ricerche,
diventa ogni giorno più condivisa, più radicata tra le persone comuni,
più credibile agli occhi di chi, dall'esterno, raccoglie dati su un
cambiamento. I giornalisti prima (che divulgano per le masse) e i centri di
potere poi.
Se guardiamo all'Italia dunque, il nostro principale problema di crescita non riguarda
il numero di utenti connessi, nè l'efficacia di operazioni clamorose. Piuttosto,
dovremmo guardare al livello di consapevolezza che importiamo
nella nostra cultura da questa opportunità che ci offrono le tecnologie. E, per fare
il verso alla citazione iniziale, la consapevolezza la otterremo più
ponendoci la domanda "come stiamo cambiando noi tutti insieme" che non chiedendoci
come stiano cambiando i centri di potere o quanti "gol della domenica" possiamo fare.
Consapevolezza significa capire a livello profondo (oltre l'apparente causa-effetto)
cosa abbiamo tra le mani e come lo possiamo usare, o persino "progettare e disegnare" per i nostri scopi.
Senza consapevolezza, non cambieremo o ci metteremo semplicemente più tempo.
E più tardi cambiamo noi, più tardi reagiranno i centri di potere ai nostri stimoli
per una società più equa e più moderna.
Posted by g.g. at 02:52 p. in democraziatrepuntozero | Permalink | Commenti (3) | TrackBack
11/03/05
David Weinberger: la corsa alla Casa Bianca è già ricominciata
Sul numero di marzo di Internet Pro c'è un articolo importante di David Weinberger, coautore del famoso Cluetrain Manifesto e autore di libri fondamentali sulla cultura di Rete, tradotti in tutti il mondo. Dato il tema, non potevamo non offrire l'articolo in anteprima in questa rubrica.L'elettorato riconnesso
La corsa alla Casa Bianca è già ricominciata
di David Weinberger
[Internet Pro, marzo 2005]
Nonostante la natura deludente e grossolanamente ingenua della campagna presidenziale americana del 2004, è probabile che i partiti siano al settimo cielo per l'uso che hanno fatto di Internet. Sta di fatto che non sono riusciti a sfruttare neanche una frazione del suo potenziale. Non solo: la rete che hanno usato loro era ben diversa da quella usata quotidianamente dai loro sostenitori. Di questo, negli anni a venire, i politici si renderanno conto, e sarà per loro un'amara sorpresa.
La stagione elettorale è partita - molto tempo fa - con una sorprendente rivoluzione alimentata da Internet. Howard Dean, astuto governatore di uno degli stati più piccoli, ha deciso di candidarsi anche lui alla presidenza degli Stati Uniti. Grazie a un uso sapiente e lungimirante della Rete, Dean è riuscito a passare dai 432 sostenitori del gennaio 2003 agli oltre 650.000 di dicembre, diventando così il candidato numero uno di un gruppo di nove democratici. I settimanali Time e Newsweek gli hanno dedicato la copertina dei rispettivi numeri dell'11 agosto 2003. Dean ha beneficiato dell'appoggio di Al Gore, già candidato presidenziale alle elezioni precedenti e pilastro del partito democratico.
Ma quando la palla è passata agli elettori, prima di tutto nello stato rurale dello Iowa, Dean ha ottenuto solo il 18% dei voti, rispetto al 38% riportato da John Kerry e al 32% di John Edwards. Da tutto ciò i politici hanno ricavato una lezione: Internet va benissimo per fare politica alla vecchia maniera ma per fare qualcosa di nuovo ci vuole ben altro. A meno che uno non si accontenti del 18% dei voti.
Ma non era questa la lezione da imparare. Per capirne le ragioni, proviamo a rivisitare la campagna elettorale di Dean.
Collette generose
"Credono che avremo il primato in Internet e basta", mi aveva detto all'inizio dell'estate del 2003 Joe Trippi, il responsabile della campagna elettorale di Dean. Alcuni mesi prima avevo aderito alla campagna proponendomi come consulente Internet. "Bene, il primato lo avremo in Internet, nelle donazioni, in televisione e tra la gente comune".
È importante sottolineare come Trippi, la persona coinvolta nella campagna elettorale di Dean che prima di ogni altra si è accorta del potere della Rete, faccia distinzione tra la vittoria in Internet e quella nelle donazioni ricevute. La campagna di Dean è diventata famosa proprio per la sua capacità di raccogliere fondi, tanto che a un certo punto ne arrivavano più di quanti non ne avesse raccolti Bill Clinton quando ancora era in carica. Ma Trippi si è reso conto che non era quello l'unico ruolo di Internet.
Non che Trippi rimanesse indifferente di fronte al successo finanziario. Alla fine del 2003 Dean aveva raccolto 41 milioni di dollari, consistenti perlopiù nei piccoli contributi di centinaia di migliaia di sostenitori. Era noto che sul sito della campagna Dean appariva l'immagine di una mazza da baseball: la sfida lanciata ai sostenitori stava nel versare soldi finché la mazza non fosse stata colma di dollari sonanti. Per Trippi i soldi non erano però solo un mezzo per permettere alla campagna presidenziale di Dean di raggiungere un pubblico più vasto grazie all'uso della pubblicità in televisione. Avevano anche un valore simbolico: quando i mass media si sono resi conto dello straordinario flusso di capitale verso la campagna elettorale di Dean, hanno iniziato a dedicargli più spazio.
Cosa più importante, se un candidato poteva fare affidamento sui piccoli contributi in denaro di centinaia di migliaia di sostenitori, allora poteva fare a meno di andare a chiedere l'elemosina ai più potenti. Poteva dire quello che voleva senza timore di offendere qualche sostenitore importante. Osservando Dean nel corso degli ultimi mesi della sua campagna, avevo la netta impressione che si stesse sciogliendo, che parlasse più col cuore, che le sue parole avessero senso. E mi domandavo se fosse perché non si sentiva in obbligo con nessuno.
Ma l'importanza di Internet per Trippi e per la campagna elettorale non si esaurisce qui. La Rete ha rappresentato un modello di come la democrazia può funzionare nell'epoca della comunicazione di massa.
La deviazione è distrazione
Prima dell'avvento di Internet la politica era - e lo è ancora oggi - dominata da una visione del mondo che potremmo definire 'telecomunicativa': c'è un candidato con un messaggio che lui (oppure, molto di rado, lei) vuole comunicare a un pubblico di massa. Così la politica dell'emittenza adotta le tattiche tipiche del marketing: si collauda un messaggio e poi lo si trasmette ripetutamente ai membri del mercato. Qualunque deviazione dal messaggio è una distrazione che inficia il lavoro dell'emittenza.
Finché si tratta di automobili o saponette può anche essere un approccio adeguato, ma quando si tratta di politica bisogna cambiare registro, se no sono guai seri. I cittadini si sentono estraniati. I politici si trasformano in pacchetti. La spontaneità, la franchezza e l'onestà si ritrovano estromesse dal sistema. Essere franchi diventa una sorta di rischio. Non c'è da stupirsi se la metà degli americani non si reca alle urne.
La campagna di Dean ha avuto il vantaggio di essere limitata e di poche speranze. Non aveva bisogno di raggiungere le masse - almeno non all'inizio - e non poteva usufruire delle tecniche tradizionali. Così ha puntato sull'innovazione. Per gran parte della campagna ha puntato sull'architettura della Rete.
Internet presenta infatti una struttura molto diversa dai tradizionali mezzi di telecomunicazione. Non vi è un punto centrale dal quale si trasmettono i messaggi. Internet è formato da miliardi di collegamenti tra persone e pagine. Questi collegamenti rappresentano interessi autentici: se si riporta un collegamento a un sito sui bassotti tedeschi lo si fa perché con quel sito si condivide uno stesso interesse. Cosa più importante, nella Rete non c'è alcuna centrale di controllo. Chiunque può scrivere, leggere o rimandare a quello che vuole senza chiedere il permesso a nessuno.
Tutti possono partecipare
Nella campagna di Dean si era deciso di permettere a chiunque di parteciparvi. Si incoraggiavano i sostenitori a proporre idee per portare avanti la campagna. I responsabili hanno sviluppato un loro software open-source per permettere ai sostenitori di Dean di connettersi tra loro e, cosa più importante, di uscire nel mondo reale a parlare di Howard Dean. A settembre i sostenitori hanno organizzato oltre 1500 iniziative di questo genere, spontaneamente, senza interventi esterni.
Il modo in cui i responsabili della campagna elettorale di Dean hanno risposto a un veemente attacco pubblicitario la dice lunga su cosa accade quando ci si fida dei propri sostenitori. Un gruppo noto come The Club for Growth aveva trasmesso una pubblicità televisiva dove si accusava Dean di essere un fenomeno da baraccone venuto dal Vermont, un divoratore di sushi che guida una Volvo. Tutti luoghi comuni sulle preferenze dei liberali. Invece di confutare il tutto, sul weblog del sito dedicato alla campagna elettorale di Dean ci si è fatti beffe della pubblicità, invitando i sostenitori a compilare una cartolina elettronica con il loro elenco personale di luoghi comuni, da pubblicare poi sul sito. Le risposte spazzavano dal serio all'umoristico passando per il commovente. E così una pubblicità negativa si è trasformata nell'ennesima occasione per i sostenitori di Dean di entrare in contatto tra loro.
Zephyr Teachout, che ha gestito la maggior parte del programma Internet per la campagna elettorale, insisteva a dire che lo scopo della parte cibernetica della campagna era quello di far scendere la gente in strada e di farla bussare di porta in porta. Per corroborare questa affermazione basti considerare l'uso fatto di MeetUp.com, un sito che permette alle persone di organizzare incontri mensili in ristoranti e locali . E così a metà novembre oltre 140.000 persone hanno partecipato ai raduni in favore di Dean. Questi incontri non li organizzava la sede centrale della campagna elettorale, li organizzava la gente del posto. Ci riunivamo per parlare di quello che volevamo noi, non di quello che forse avrebbe voluto la sede centrale. E così i legami che si sono creati sono diventati ancora più solidi.
È stata questa la chiave per rompere l'estraniamento del modello basato sull'emittenza. La campagna Dean non ha ribaltato la piramide telematica permettendo a 650.000 di persone di parlare con Howard Dean: una cosa del genere non funzionerebbe mai. Siamo stati invece incoraggiati a parlare tra noi. Questo riconnettersi dell'elettorato è forse il risultato più grande di Internet nelle elezioni del 2004. Vedremo i suoi effetti nel modo in cui i sostenitori di Dean e di altri democratici si organizzeranno per ostacolare la visione imperiale che George Bush ha del mondo.
Se il messaggio sembra spam
Sia Bush sia Kerry hanno fatto un uso intenso di Internet nelle rispettive campagne elettorali. Kerry ha raccolto oltre cento milioni di dollari, con una media di 108 dollari per ogni offerta effettuata on-line. Da entrambi i partiti sono stati spediti messaggi di posta elettronica a raffica. Ma benché i destinatari fossero solo coloro che ne avevano fatto esplicita richiesta, un'indagine ha dimostrato che i messaggi provenienti dall' entourage di Bush venivano filtrati come spam nel 18% dei casi rispetto all'11% dei casi dell'entourage di Kerry; sembra quindi che l'organizzazione di Kerry avesse una migliore conoscenza di come funzionano i filtri di posta. Kerry ha inoltre acquistato una serie di parole presso Google affinché effettuando determinate ricerche apparissero inserti pubblicitari a favore del candidato democratico.
Non solo, i partiti hanno sfruttato Internet anche per organizzare eventi. Nei giorni precedenti il voto, ad esempio, ho visitato una pagina sul sito di Kerry che riportava l'elenco dei sostenitori negli stati più importanti e i numeri telefonici per contattarli. Erano altresì disponibili tutte le informazioni relative agli eventi organizzati per raccogliere voti in ciascuna località. Man mano che parlavo con la gente o lasciavo messaggi, cliccavo sugli appositi pulsanti e caricavo le informazioni sulla banca dati centrale di Kerry. Una volta questo genere di lavoro avrebbe significato dover radunare tutti i sostenitori in una stanza; ora è comodamente suddiviso tra decine di migliaia di salotti. Senza contare che le chiamate le pagavo io, non il partito di Kerry.
A conti fatti, si può dire che entrambe le parti abbiano fatto buon uso di Internet come mezzo per coordinare le attività, rendendole di fatto più efficienti. Ma questa è solo una minima parte degli effetti che Internet sta esercitando sulla democrazia.
Prendiamo il blogging, ad esempio. Durante il periodo elettorale se ne è parlato moltissimo, non solo per l'uso che ne ha fatto Dean, ma anche perché i democratici prima e i repubblicani dopo hanno trattato i blogger come veri e propri giornalisti.
Il blog come scambio di idee
Il ritratto del blogger dipinto dai media di larga diffusione è quello del giornalista dilettante, un fatto che denota una certa miopia. È vero che solo una manciata di blogger sa scrivere bene quanto un cronista impiegato presso i media di larga diffusione. Ma la maggior parte di noi, e siamo dai cinque ai dieci milioni, non fa il giornalista. Scriviamo quello che ci interessa, rivolgendoci in genere a un gruppo ristretto di lettori. Ma questi lettori spesso hanno blog propri per rispondere a quello che abbiamo scritto, e possono lasciare commenti nella sezione apposita dei nostri blog. Dai blog nasce lo scambio di idee.
Chiaramente i blog attirano più attenzione quando riportano una notizia in anteprima. Una volta, ad esempio, la rete televisiva CBS ha dichiarato di aver scovato una serie di documenti a testimonianza del fatto che Bush non avrebbe completato il servizio di leva. Ebbene, la trasmissione non era ancora terminata che già i blogger avevano fatto notare come i documenti dessero l'impressione di essere stati redatti con un programma di videoscrittura uscito molti anni dopo la presunta data di compilazione dei documenti stessi. Ancora più importante è stato il modo in cui i blogger hanno raccolto la notizia e l'hanno diffusa, costringendo la CBS, suo malgrado, ad ammettere di aver preso un granchio.
A suscitare clamore non è solo la notizia ma anche e soprattutto il ribaltamento dell'autorità. Quando si trattava di cronaca eravamo abituati a considerare i giornali come la massima autorità. Ora è la natura stessa di questo notiziario popolare, con i suoi sforzi per essere obiettivo e autorevole, a sembrarci falso e manierato. Ed è questa una delle ragioni per cui il comico Jon Stewart, che conduce un notiziario satirico, gode ormai di maggior stima di quanta non ne godano i grandi nomi del settore. Se da un lato perdiamo fiducia nei confronti del giornalismo tradizionale, dall'altro ne guadagniamo in noi stessi. In merito a molte questioni noi tutti, collegati tramite la Rete, godiamo già di un'autorità indiscussa.
La ricetrasmittente di Bush
Facciamo un esempio. Dopo il primo dibattito presidenziale un blogger ha notato una sorta di piccola scatola nera sulla giacca di Bush. Subito si è scatenata una raffica di blog, in cui la gente sosteneva che non si trattava di una semplice piega nella giacca. Io ho finito per credere alla teoria più diffusa, ovvero che si trattasse di una ricetrasmittente usata per suggerire a Bush cosa dire nel corso del dibattito. Non posso essere certo che sia questa la risposta esatta ma mi sembra la più plausibile. Ho fatto un passo indietro per vedere come ero giunto a questa conclusione e ho fatto una scoperta sorprendente. Prima di tutto, cercando su siti di cui non avevo mai sentito parlare prima, avevo trovato informazioni sulla natura di queste ricetrasmittenti nonché una serie di dati sull'uso che ne avrebbe fatto la Casa Bianca in passato. Ero giunto perciò alla conclusione che parevano affidabili: del resto, molti articoli lasciavano intendere che gli autori fossero ferrati in materia. Ma si tratta di prove convincenti? Ovviamente no. In alcuni siti, poi, le immagini di Bush venivano esaminate da vicino. Di nuovo, sono sempre prove ma non sono convincenti. A spingermi a credere che quel segno sulla giacca di Bush fosse una ricetrasmittente era stato probabilmente il fatto che in rete non avevo trovato altre spiegazioni. Se ci fosse stata qualche altra spiegazione plausibile l'avrei trovata in Internet.
Non dico che il mio ragionamento sia valido e non nego che le mie conclusioni siano tutt'altro che a prova di bomba. Sto solo ricostruendo come sono giunto a determinate conclusioni. Evidentemente sono convinto che Internet nel suo complesso sia così affidabile che il suo tacere (almeno per quanto ho potuto constatare io) sia già una prova in sé. Questo la dice lunga su quanto sia diventato importante Internet come fonte di informazioni. Se questa rete a rovescio che dà voce al popolo sta diventando la nostra fonte più attendibile di informazioni, allora avrà forti ripercussioni sulla nostra democrazia, nel bene o nel male.
Ricominciare dalla democrazia.
Ma la Rete è veramente affidabile o è solo un piccolo mondo a sé stante dove leggiamo solo quello che può corroborare le nostre attuali convinzioni? È solo un luogo che riverbera l'eco delle nostre convinzioni? Era questa l'idea più accreditata dopo il flop della campagna di Dean. Com'è possibile che i sostenitori di Dean lo abbiano considerato papabile se poi nello Iowa ha riportato appena il 18% dei voti? Forse ci siamo ipnotizzati da soli con tutti quei commenti positivi sul suo weblog.
No. L'idea della camera di risonanza non mi convince. E un'indagine condotta dalla Pew Internet & American Life Project afferma che: "Gli americani che fanno uso di Internet sono più consapevoli di chi non ne fa uso riguardo a tesi di ogni tipo, anche quelle che mettono in dubbio i loro candidati preferiti e le loro posizioni su certe cose". La vera camera di risonanza sono i media di larga diffusione, almeno negli Stati Uniti, dove la gamma di opinioni che raggiunge la sfera pubblica è assai ristretta.
Il fatto che a qualcuno il blog di Dean sia sembrato un luogo che riverbera convinzioni assodate ci porta al cambiamento più evidente che Internet sta apportando alla politica e alla democrazia. Sì, le persone che hanno aggiunto commenti al blog di Dean erano senz'altro dalla sua parte e i commenti erano quasi sempre ottimistici e positivi. Ma poteva essere altrimenti? L'atto di conversare non è sempre - forse non lo è mai - un mero scambio di informazioni. È un atto sociale che contribuisce a creare relazioni. E le persone che dibattevano sul sito di Dean stavano costruendo legami importanti, rafforzati da incontri veri ai raduni e, cosa più importante, consolidati grazie al lavoro di gruppo nel mondo reale. Sono questi i collegamenti alla base della democrazia: persone che parlano delle questioni che contano, persone che si uniscono per raggiungere un medesimo obiettivo e cercano di cambiare le cose in meglio. Questa è la democrazia. Ma è anche quello che permette Internet. Internet ci mette in contatto diretto tra noi senza bisogno di un'organizzazione gerarchica che ci dica cosa fare. È un nuovo tipo di movimento politico che appartiene davvero alla gente, dove l'organizzazione autonoma permette l'emergere di risultati inattesi.
E nel 2008 sarà questa la storia di Internet nella politica. Una storia che ha avuto inizio il 3 novembre, il giorno dopo le elezioni.
Posted by g.g. at 04:58 p. in democraziatrepuntozero | Permalink | Commenti (0) | TrackBack
24/02/05
Cronache marziane
Parlavamo dei rischi, per un politico, di esporsi in prima persona in Rete. Il popolo del Web osserva attento (qui un wiki dedicato) e le prime impressioni cominciano a farsi vedere.
L'intellettuale della Terza B. Come giustamente annota Antonio Sofi nei commenti a questo post, Alfonso Pecoraro Scanio "pare avere preso l'incombenza con freddezza articolistica." I suoi interventi sono in effetti molto piu' simili ai temi svogliati da Liceo: non entrano mai nello specifico del dibattito politico, non hanno nessuna emozione se non di maniera e, tutto sommato, dopo averli letti fatichiamo persino a ricordarceli. Se dovessi giudicare l'uomo e il politico attraverso il suo blog (a me personalmente verrebbe in mente una celebre battuta di Fortebraccio) dovremmo limitarci a dire che "almeno lo aggiorna".
Le olimpiadi della terza età. L'agone per la guida politica del Paese, guardato dal punto di vista anagrafico, non è confortante: due ultrasessantacinquenni in lizza non promettono molta innovazione e molta capacità tecnologica individuale (anche se speriamo tutti di essere smentiti dai fatti).
Ma i fatti, almeno per Prodi confermano. Il suo blog continua con quell'unico post triste solitario y final. Il giudizio di Paolo Valdemarin (rilanciato da Luca Sofri) mi sembra corretto:
Prodi ed il suo staff potranno anche non avere idea di cosa siano i weblog (come niente non lui saprà neanche di averne uno), ma il palato di chi usa la rete per informarsi ormai si è formato: i weblog sono sulla prima pagina di Repubblica così come in centinaia di altri siti di informazione istituzionale. Non si può far finta di niente ed ignorare le persone: in rete questo è un comportamento suicida. Aggiungerei un consiglio alla lista elaborata da Luca De Biase: se hai un blog e non hai niente da dire, chiudilo"
Lezioni napoletane. A dare il buon esempio ci pensa Bassolino. Il suo blog è abbastanza vivo: il Buon Antonio racconta molto di se stesso, dalle letture all'influenza. L'uomo c'è e si mostra anche nelle sue debolezze. Tra l'altro i suoi post personali stanno lentamente soppiantando quelli infelicemente firmati "la redazione del blog". Nonostante qualche piccola gaffe (vincere e vinceremo), la sensazione è che ci stia prendendo gusto e stia cominciando a capire come si può interagire in Rete. I post sono quotidiani (ci sono anche i feed RSS) e ormai manca solo che cominci a rispondere ai commenti.
Sul versante opposto, sempre nella capitale campana, un altro "blog chiamato Diario" (passato molto sotto silenzio nella blogosfera) gode di aggiornamenti abbastanza frequenti e di un po' di vivacità (anche se è privo di commenti e di interazione). Il contenuto politico è in qualche modo emblematico della scena italica e di certe cattive abitudini, poichè soprattutto si "parla contro" (complici magari anche le basse probabilità di vittoria). In ogni caso, anche qui, l'uomo dietro il blog si vede poco e la politica vera, dietro le frasi fatte, ancora meno.
Tra l'altro il sito oggi con Netscape non si carica (con IE pare funzionare) ed è scarsamente navigabile essendo basato su frames. Rimane dunque valida la domanda di Sergio Maistrello in un commento:
Le regole della Rete. Dunque lo scetticismo di molti (ad esempio di Federico Venturini) è abbastanza giustificato. Tuttavia migliorare è facile, perchè la facilità ha fatto della Rete quella che è. Il primo consiglio è sempre quello di Beppe Caravita: almeno linkatevi tra voi.
Posted by g.g. at 01:16 p. in democraziatrepuntozero | Permalink | Commenti (0) | TrackBack
19/02/05
Mi si è abbioccato il Presidente
Un po' per celia, un po' sul serio, ecco tutte le trappole della Rete per i politici.
Dopo averli tanto invocati, pare sia arrivato il momento. Sulle orme di un primo esploratore di cui ormai si sono perse le tracce, i politici italiani stanno calando in massa sul Web. Abbiamo già accolto Bassolino, Prodi, e ora anche Pecoraro Scanio (al suo secondo atterraggio). Altri seguiranno nei prossimi giorni, e molti ancora si accoderanno. Ma, se è chiaro quanto ci aspettiamo noi da loro, cosa troveranno davvero?
Mi si è abbioccato il Presidente.
[David Weinberger]
Ieri, passando sul blog di Prodi ho visto quel link triste solitario y final che indicava, senza
un titolo, senza nessuna anticipazione sul contenuto, il primo e unico post presente sul weblog. L'impressione che ne ho avuto è
stata di un vecchietto a disagio con la tecnologia e portato giocoforza a servirsene. Ho pensato, davvero, mi si è abbioccato il Presidente
e me lo sono immaginato su una vecchia poltrona di velluto a coste, con la testa sulla spalla. L'ho pensato con familiarità e con un misto
di simpatia compassionevole. Un atteggiamento umano, scanzonato, da pari a pari. Sul web si usa così.
Come nella religiosità popolare si usava fare coi Santi, qui in Rete siamo abituati a dare del tu ai politici. Loro, intoccabili, distanti,
abituati ad essere filtrati ed a fare il contraddittorio solo tra loro, si abitueranno mai a questo?
Fuga da Springfield.
[Luca De Biase]
Una volta, nei bar, l'opinione pubblica si sintetizzava in frasi tipo "Governo ladro" oppure "Fanno quello che vogliono". La cosa che mi colpiva nella sfiducia nei confronti dei politici era il senso di inevitabilità, quell'alzata di spalle che voleva dire "non si può fare nulla". C'è sempre un certo populismo nel generalizzare (specie un giudizio negativo), ma ho la sensazione che dal punto di vista dei cittadini (me incluso) il politico di professione sia come una specie di personaggio a due dimensioni, più o meno colorato. E la politica una sorta di cartone animato, che i più si rappresentano intimamente come un ambiente modellato sulle sceneggiature dei cartoon cattivi americani, come I Simpson o South Park.
Appiattiti dalla sintesi televisiva, li ascoltiamo parlare per frasi fatte, slogan e tagli tecnici. Mister Burns dice che l'Unione ricorda l'Unione Sovietica e Homer Simpson gli risponde che forse dovrebbe ricordare anche quella Europea. Noi assistiamo allo scambio di battute come se Prodi fosse Jack Lemmon e Berlusconi Walter Matthau (o il contrario). Non possiamo partecipare al dialogo, come non possiamo modificare gli eventi di un film o cambiare il cast.
Prima di entrare in Rete gli uomini politici sono personaggi di un reality show ambientato nello Stato, potenzialmente geniali, potenzialmente devastanti, ma comunque lontani. Aprire un weblog significa cercare il dialogo, dire "io esisto, ci sono". E visto che esisti e ci sei, e visto che mi rappresenti, posso dirti due paroline? Posso sapere cosa stai davvero facendo? Credo proprio di averne il diritto.
Sembra roba da poco. Eppure l'esistenza di una relazione finalmente bidirezionale non è solo comunicazione o marketing: cambia le regole del gioco. Una cosa è starsene a a Springfield o sulla Luna e farsi la politica come equilibri di partito, un'altra spiegarsi e comprendersi, avere qualcuno che ti ricorda le promesse elettorali e le aspettative politiche. Una cosa è scegliere un candidato governatore per accontentare un alleato, un'altra è scegliere il più adatto per governare una regione. Una cosa è accettare che la comunicazione che passa è limitata nel tempo e nello spazio (come in televisione sui giornali) e un'altra avere sotto casa un bel po' di persone che si collegano al tuo weblog per capire (e giudicare) le ragioni delle tue scelte.
E queste sono persone disposte a concedersi tutto il tempo per capire. C'è qualcuno che ha voglia di spiegare? E c'è qualcuno che ha voglia di capire che il dialogo con gli elettori non prescinde affatto dal rispetto di un contratto di rappresentanza (e dal rispetto in generale)?
Stature politiche e stature reali. Certo, in uno stato di diritto dobbiamo postulare che persino Calderoli abbia una sua sensibilità
culturale e un suo pathos umano. Tuttavia uno dei rischi che derivano dal metterci davanti alle persone è quello che poi effettivamente
questi nuovi interlocutori finiscano per conoscerci. E per avere maggiori strumenti per valutarci.
Finchè i politici rimangono a Springfield e comunicano con noi attraverso la prosopopea
artificiale della TV, va tutto bene. Ma se scendono in questa pubblica piazza, le loro idee, il loro modo di raccontarle e raccontarsi,
saranno continuamente sottoposte a giudizio. E non è affatto chiaro che il ruolo implichi una valutazione con bonus. Lo spessore umano
emergerà e sarà giudicato. Il sindacalese involuto di Cofferati, all'epoca, era attutito dall'entusiasmo della novità, per il fatto che per primo
aveva provato a confrontarsi. Il primo post di Prodi è su una linea di mezzo, pronto a diventare demagogico se non seguito seriamente dai fatti, o pronto
ad essere considerato un buon inizio.
I weblog evidenziano stile e competenza. E accanto a chi ci rappresenta abbiamo altri stili e altre competenze con cui fare il paragone. Spesso migliori. C'è sempre qualcuno che ne sa più di noi, anche se non frequenta il parlamento. E c'è sempre qualcuno che sa vedere la società meglio di noi, anche se non lo invitano da Vespa. Aprire un weblog e avere poche idee espresse male è come essere deformi e pretendere di sfilare accanto a George Clooney in un concorso di bellezza. Qualcuno ne ha davvero voglia?
La personalità è l'asset sociale di un blogger, che il blogger sia il Presidente del Consiglio o qualsiasi Carneade. Se io fossi un politico, onestamente, ci penserei un po' prima di concedere ai miei elettori di conoscermi bene. Probabilmente, per carattere, rischierei. Ma lo farei responsabilmente. Noi abbiamo una classe politica che i media fanno trasparire come poco colta e molto lontana dalla realtà. Può essere una occasione per convincerci del contrario. Ma quanti di questi individui manterrebbero una credibilità una volta dotati di un weblog? Quanti sanno davvero argomentare? O, ancora, quanti hanno una idea politica che va oltre le dinamiche interne di partito e le beghe di coalizione? Quanti hanno una visione politica? quanti sapranno affascinarci raccontandoci la società che stanno costruendo o che vogliono costruire? Io, se finalmente i politici entrano in Rete, mi aspetto di avere queste risposte. Per decidere da chi farmi rappresentare.
Certo. Uno può sempre pensare di essere intoccabile, chè tanto il potere è altra cosa. Non c'è dubbio. Può fregarsene dei weblog o aprirne uno e mostrarsi come il Re nudo. L'Italia ha già i suoi dubbi sulla sua classe dirigente, uno in più non cambierà le cose. Eppure...
Eppure è inevitabile. Noi, però, siamo tutti qui a chiedere ai nostri rappresentanti di scendere nell'agone e dialogare con noi. Io sono convinto che sia un processo ormai inevitabile. I costi di una rinuncia saranno sempre più alti. Noi non ci faremo più scappare la possibilità di scrivere in Rete ciò che pensiamo nè il diritto di leggere ciò che pensano le persone che stimiamo. E' una abitudine ormai troppo forte ed acquisita. E continueremo a giudicare negativamente una classe politica che non dialoga, perchè la troveremo distante da noi.
Quanto contano le nostre opinioni, dite voi? Contano. Moltiplicatele per le nonne, le mamme, i colleghi e i vicini di casa con cui parliamo ogni giorno. Farsi una buona reputazione in Rete è come dotarsi dell'esercito di "persuasori" che il PCI utilizzava come macchina elettorale, condominio per condominio. Farsene una cattiva significa dotare di questo esercito il proprio avversario.
Oggi siamo persino disposti a tollerare che i politici entrino in Rete e lo facciano male, perchè da qualche parte si deve pur iniziare. Ma col tempo la partecipazione significherà impegno, trasparenza e, già nel medio periodo, scelte diverse. Se, come speriamo, Internet crescerà, se gli sforzi di chi si impegna su questo fronte avranno dei risultati, forse può ridisegnarsi un nuovo rapporto tra chi viene rappresentato e chi rappresenta. Ancora una volta, dipende anche da noi.
Posted by g.g. at 06:30 p. in democraziatrepuntozero | Permalink | Commenti (3) | TrackBack
01/02/05
Noi, i naïf della Rete
Dicevamo che la Rete cambia l'approccio cognitivo con cui milioni di persone si rapportano al mondo (alla loro personale "descrizione del mondo") e che quindi, quasi per definizione, ha un suo peso politico. Per capirlo, usando le parole di Clifford Geertz, basta semplicemente concepire la cognizione, l'emozione, la motivazione, la percezione, l'immaginazione, la memoria, [...] come questione sociale. Tutto ciò che è pubblico, diventa in qualche modo di interesse politico. Sia che si discuta di una nuova rivista online (come nei commenti a questo post), sia che si entri nello specifico delle azioni di governo.
Proviamo a fare un esempio pratico. Ho scelto il post di Mantellini sull'esordio di sacripante! perchè la semplice pubblicazione di una rivista letteraria online si è trasformata in una discussione sulla libertà di espressione. Discussione in qualche modo (più che in qualche modo) politica. Ci si confronta su una webzine ed escono fuori "visioni del mondo":
-Dov'eri quando c'era libertà di pensiero e di stampa?
-Non so, perchè?
-Perchè cazzo, potevi sfruttarla!"
[Profeta]
oppure:
Detto questo, concordo con Profeta, a Priori e apprescindere. E allego il giudizio anche al Solido di Pi, che ho finito di leggere giusto oggi.
Si ha proprio l'impressione che troppi cavalchino la moda dei blog con idee troppo scarne. O che riescano a costruire riviste senza idee solo perche' dribblano i normali regolamenti da borsa della spesa con cui fanno i conti le riviste normali.
Poi, dopo avere prodotto qualcosina che e' aria fritta, e soprattutto fuori da ogni ragionevole condotta, cantano vittoria... E magari beccano anche l'editore coglione che ci pubblica un libro.
Dei dieci (mi pare che siano dieci) libri usciti in Italia con argomento blog, a parte i forse due che erano degni di lettura, si sa gia' quanto hanno venduto gli altri?
E si rende conto, Solido, di avere comperato da Longo (se lo ha pagato) qualcosa che qualsiasi rivista ragionevole gli avrebbe ridotto a meno un terzo dell'abominevole e illeggibile dimensione in cui l'ha prodotto? E si rende conto, Solido, di avere accozzagliato autori e argomenti senza alcuna logica e senza alcun pubblico di riferimento?
Bah...
[Fabio Metitieri]
o ancora:
E' un esempio a doppio livello. Da un lato, dimostra come la visione di cose quotidiane, elevate a discussione, diventa un valore sociale. Dall'altro, sul piano dei contenuti interni" è un dibattito sulla libertà di espressione e sulle sue regole. Che, di per sè, è uno dei temi centrali della storia della democrazia. Ma c'è un terzo livello, che ingloba tutti e due i precedenti e li trasporta su un altro piano. Questo terzo livello lo chiamerei "cosa faremo della possibilità democratica che la Rete ci sta regalando".
E' chiaramente un discorso complesso, su cui non ho alcuna speranza di riuscire ad essere esaustivo, neanche se essere esaustivi significasse solo spiegare come la vedo io. Tuttavia vorrei mettere sul tavolo alcune suggestioni, per discuterne insieme:
suggestione numero uno. Chiacchierando in questi giorni con Sergio
e Massimo, mi sono ritrovato spesso a parlare di educazione.
Non sto parlando di stare composti a tavola, o di evitare le cattive parole; piuttosto mi riferisco ad una educazione
alla diversità. Ad aprile dello scorso anno, su Media Quotidiano, avevo letto un interessante articolo che riguardava
la Costituzione Europea e che conteneva il germe di un dubbio più che legittimo. Se la Costituzione Europea fosse stata scritta e discussa
da giovani nati dopo il '68, cresciuti a colpi di Erasmus e di Europa, abituati a conoscere ed a confrontarsi con gente di culture simili
ma diverse, avremmo registrato le stesse resistenze a "pensare" l'unità europea?
Oggi la Rete si differenzia dai media tradizionali perchè propone diversità
e non ha uno standard di comunicazione (registri, linguaggi e tutto il resto). Si differenzia dai media tradizionali perchè tutti
possono esprimersi e nessuno seleziona "prima" per noi ciò che vale. Tocca al singolo individuo farlo e noi tutti, qui dentro,
dovremmo esserci abituati. Eppure, perchè ci meravigliamo e reagiamo con tanta veemenza di fronte ad opinioni diverse? Che
problema rappresenta per noi il fatto che altri si esprimano? Non è come in tv, non sottraggono spazio a nessuno. Ci offrono
solo una possibilità in più. Se avessimo educazione di Rete potremmo apprezzare che qualcuno "faccia", anche se non ci interessa
o non ci stimola personalmente. E' già un passo avanti rispetto al mondo di ieri.
Contro-obiezioni alla suggestione numero uno. Qualcuno potrebbe obiettare che in realtà il costo sociale di una nuova pubblicazione esiste (non in termini di spazio web o banda, ma in termini di rumore o come va di moda in certi ambienti reazionari, in termini di information overload). Io qui farei una domanda: internet è il primo medium che può portare tutti i meessaggi di tutti gli individui: vogliamo davvero descrivere il problema come "selezione dei contenuti" e non come "strumenti per l'accesso agli stessi"?. La domanda è retorica, perchè nella Rete di oggi tutti sviluppano seguendo il secondo principio. E l'information literacy, è parte dell'alfabetizzazione. Chi non sa verificare l'attendibilità di una fonte o trovare una informazione, ha un problema. Anche qui, direi, è un problema di educazione.
suggestione numero due. Gaspar, tempo fa,
rispondeva con una provocazione a chi diceva di credere nei blog: io credo nel cacciavite, diceva Gaspar. Lo strumento, che sia il weblog
o il forum, o le BBS, non conta. Conta invece il fatto che attraverso i weblog si siano aggiunte alla discussione pubblica (ed al suo
valore sociale) milioni di persone. Guardando da questo punto di vista, la cosa che si potrebbe dire riguardo alla democrazia
ed ai suoi rapporti con la Rete è che la qualità di una democrazia è proporzionale alla qualità degli scambi (cognitivi, informativi,
ecc) delle persone che la animano. Se è vero, come diceva mi pare Galbraith, che è democrazia quando più della metà delle persone ha
ragione su più della metà delle cose, è anche vero che stiamo discutendo su come si costruiscono le opinioni, quindi
le ragioni.
Ora, dunque, credere alla spinta democratica della Rete vuol dire credere che le persone che la utilizzano siano
capaci di usarla per dare una spinta alla democrazia. Io, personalmente, ci credo. Ma non in maniera cieca: credo che
tutti noi possiamo dare una spinta ai valori e ai metodi democratici, ma a patto di lavorare sulla nostra educazione. Educazione,
in questo caso, al rispetto.
Io sono convinto che la Rete, per le regole di reputazione che la governano, porti ad una crescita o ad un isolamento. Alcune
dinamiche comunicative (come lo straw man argument o come
la tentazione registrata nella discussione chez Mantellini di attaccare la persona invece di esprimersi sui temi) sono perdenti
nel lungo periodo e portano chi le usa verso l'isolamento. In questo caso, la Rete ci educherà sua sponte, anche se ci metterà
del tempo. Ma continuo a pensare
che l'educazione di Rete passi anche per l'efficacia della comunicazione (e non per un giudizio morale su come uno usa la sua
libertà per attaccare gli altri).
suggestione numero tre. Visti dal di fuori, osservati da chi non ha troppo tempo per confrontarsi con la diversità
e con l'assenza di standard comunicativi di un medium nuovo
con regole nuove, siamo un gruppo di individui un po' naïf. Siamo difficili da prendere sul serio, perchè -tra tutti- esprimiamo poca qualità.
Gli argomenti
contro la democrazia (sin dai tempi dell'Atene del V secolo a.C.) hanno sempre centrato le critiche sulla qualità. In chiave moderna:
C'è un sacco di Fuffa,
c'è un sacco di gente che parla senza averne gli strumenti, eccetera eccetera. Ora, educati alla Rete, dovremmo essere in grado noi
per primi di capire che ciascuno parla come ritiene e che le sue idee troveranno il consenso che naturalmente meritano.
Se a qualcuno piacciono, avranno link e visiilità. Se non piacciono a nessuno, evidentemente, no. Eppure, noi stessi, dentro la Rete,
fatichiamo a considerare la popolarità delle idee popolari come un fatto di sistema. Così come siamo ancora troppo disponibili
a meravigliarci che esistano cose che non ci piacciono e che sono popolari. Se sono popolari, è perchè a qualcuno piacciono. E questo
qualcuno ha il diritto di avere i suoi gusti. Tracciare una mappa delle idee popolari è come tracciare una mappa della cultura che
tra tutti esprimiamo. Può essere interessante ragionarci, osservare, discutere. Ma sicuramente non censurare.
Questa delle idee che si misurano liberamente con il pubblico (e trovano il "loro" consenso) è la cosa più democratica che mi venga in mente. E' una richezza di cui,
una volta tanto, noi siamo portatori e custodi. L'uso che ne faremo, determinerà il risultato.
Posted by g.g. at 06:59 p. in democraziatrepuntozero | Permalink | Commenti (11) | TrackBack
25/01/05
Appunti sul peso politico della Rete
Uno dei temi più controversi, quando si discute sul ruolo della Rete nello sviluppo delle nostre democrazie, è centrato proprio sull'uso del termine politica.
Esaminando i contenuti dei dibattiti e delle varie analisi, si nota che frequentemente l'aspetto politico è considerato semplicemente come un dato di marketing, per cui il ruolo di Internet è (o dovrebbe essere) quello di spostare voti e di creare consenso. In realtà le nuove tecnologie stanno agendo ad un livello più profondo e meno intuitivo.
Storicamente il concetto di politica è stato inteso in diversi modi. La definizione da vocabolario raccoglie l'origine classica di governo della polis:
Politica: teoria e pratica che hanno per oggetto l'organizzazione e il governo dello stato;
Insieme dei fini cui tende uno stato e dei mezzi impiegati per raggiungerli.
Se l'azione politica è il governo (o, come direbbe Weber, la gestione del potere), la Rete non ha probabilmente un ruolo e non è detto che finisca per averlo. Tuttavia l'organizzazione delle società attuali e mediatiche sposta l'interesse dall'agire agli aspetti di comunicazione. La comunicazione politica, tradizionalmente intesa come comunicazione tra i governi e l'elettorato, nel ventesimo secolo ha inglobato l'analisi del ruolo dei media nella formazione delle opinioni pubbliche e quindi del consenso. Oggi si accetta in maniera più o meno universale che la comunicazione politica sia lo spazio in cui si confrontano i rappresentanti dei cittadini, i media e l'opinione pubblica. La politica potrebbe essere intesa dunque, con una piccola semplificazione, come il luogo in cui si formano e si confrontano le opinioni.
La Rete, come dice efficacemente Paolo, è una macchina per
analizzare la realtà e quindi interviene pesantemente sul formarsi delle opinioni. Non solo: interviene in maniera radicale anche
sul processo di espressione pubblica, prima delegato semplicemente ai sondaggi. Il cittadino oggi ha una voce
ed un canale per esprimerla, e le sue opinioni influenzano o intersecano quelle di altri individui. L'informazione
ufficiale viene commentata, smontata, arricchita di expertise. Viene discussa e a volte torna sui media di massa; altre volte, come
nell'ormai famoso caso Trent Lott, finisce per avere ripercussioni persino sull'azione politica.
Tuttavia, anche qualora la Rete non eserciti direttamente pressioni sull'amministrazione politica, continua silenziosamente ad arricchire e migliorare i processi di formazione delle opinioni di milioni di persone. Chi potrebbe dire che la Rete non ha oggi un peso politico?
Posted by g.g. at 06:09 p. in democraziatrepuntozero | Permalink | Commenti (0) | TrackBack
01/10/04
Democrazia 3.0
La rubrica esordirà nella terza settimana di gennaio 2005.
Posted by Marcello Oddini at 11:00 m. in democraziatrepuntozero | Permalink | Commenti (0) | TrackBack



