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30/08/05

Senza l'obbligo del gol

Cosa dovremmo aspettarci dalla Rete negli equilibri politici. E cosa non dovremmo aspettarci.

"[Arthur Einstein Jr.] è stato testimone di come le tecnologie ed Internet hanno cambiato tutto: non solo gli strumenti che utilizziamo, ma il modo in cui gli utilizzatori degli strumenti potrebbero cambiare tutto." [Britt Blaser]

In questi giorni, scrivendo un articolo che uscirà a breve su una rivista di cultura politica, stavo cercando di razionalizzare una logica che tutti tendiamo ad applicare nelle nostre analisi e che, tuttavia, non è sempre la migliore. Siamo spesso portati a credere che il web (il web dopo i blog ma non più solo i blog) sia in una specie di rapporto diretto con i fatti. Un rapporto di causa effetto senza altre relazioni. Ad esempio, sembriamo aspettarci che possa condizionare "direttamente" l'agenda politica o sociale. Questo accade, è accaduto e continuerà probabilmente ad accadere, ma solo a determinate condizioni. Condizioni che si verificano su una base di occasionalità troppo rara per essere il tratto saliente di quanto abbiamo intorno e del mondo in cui stranamente tutti viviamo.

Così è facile dividerci in ottimisti e scettici. Ma non credo che sia nelle cose un ragionamento di questo tipo. Si guardi (come esempio estremo) a quello di Fausto Carioti (collaboratore di Libero, secondo l' handmade who's who del web italiano).
Io credo che l'effetto della Rete sulla politica e sulla società non possa essere immaginato come "diretto" e regolato da causa ed effetto. Quando succede è direttamente osservabile (quindi riconoscibile) e ce ne accorgiamo subito. Ma non credo che si possa calcolare su queste basi l'efficacia (politica ed economica) della Rete. Se così fosse avrebbero ragione coloro che banalizzano il problema con l'argomento "siamo ancora pochi in Internet". Anche se fossimo tutti connessi (ed è prevedibile che lo saremo, nei tempi sociali giusti) non cambierebbe nulla. Non in maniera significative se è questo "rapporto di forze diretto" che ci aspettiamo. Le società sono più simili ad ecosistemi complessi che ad un interruttore on/off.

Dovremmo cominciare, forse, a prendere atto che le tecnologie stanno ridisegnando la cultura contemporanea ad un livello più profondo. Appoggiandoci alla semiotica ed all'antropologia, potremmo utilizzare le definizioni di cultura testualizzata e cultura grammaticalizzata per capirci meglio:

"Una cultura testualizzata generalmente non riflette sulle regole della propria costituzione, nè prova ad autodescriversi. La cultura grammaticalizzata è al contrario un sistema capace di autodescriversi, in cui vi è spazio per il metalivello in cui il sistema spesso esplicita le regole della propria costituzione.
Questa prospettiva aggiunge all'inventario di strumenti per l'analisi, la categoria della coscienza culturale. Questa categoria ci consente di descrivere il modo attraverso cui i testi vengono assorbiti e riorganizzati, non solo per il loro significato individuale, ma per il loro assortimento nel sistema, per la maniera, dice Lotman, in cui vengono usati dal sistema stesso."
[Ugo Volli]

La nostra cultura occidentale, già grammaticalizzata con i media di massa, sta perfezionando il meccanismo. Oggi tutti abbiamo un canale per esprimerci e quindi la capacità di rielaborazione ed organizzazione aumenta esponenzialmente. Conosciamo meglio il mondo che abbiamo intorno, ce lo spieghiamo meglio, ci aiutiamo collettivamente a crescere e a capire.
Tutti i cambiamenti che stiamo osservando (l'impatto sui mercati, i nuovi equilibri dell'informazione, ecc.) avvengono a livello di processo, e spesso non sono direttamente osservabili se non sulla distanza e su una scala ampia, riconoscendo piccoli indizi di cambiamento di volta in volta. Ogni tanto succede un caso esemplare (un bestseller partito dal basso), ma la vera notizia è che è cambiato (in meglio) il nostro modo di accedere alla conoscenza, a libri che nel vecchio sistema non avremmo incontrato mai.
Allo stesso modo la nostra capacità collettiva di analisi politica oggi è enorme: abbiamo la possibilità di esprimere il nostro pensiero e di accedere in pochi click alle interpretazioni delle persone che stimiamo. Cambia il modo in cui ci costruiamo l'opinione e questo modo non è controllabile da un centro. I blog che fanno dimettere Lott, per dirla banalmente, non sono la causa (nè l'obiettivo) del cambiamento, ma un sintomo (uno dei tanti). In termini calcistici, casi simili sono come un "gol della domenica". Bello, ma che nulla dice su come gioca la squadra.

Il metalivello in cui il sistema spesso esplicita le regole della propria costituzione oggi siamo anche noi privati cittadini. Se vi sembra meno importante di un risultato congiunturale, pensateci bene. Se ci accontentassimo di essere capaci di far dimettere Fazio comprando la pagina di un quotidiano (o senza comprarla) saremmo davvero contenti? Quello che abbiamo tra le mani oggi è molto, molto più importante. Con il tempo, con i tempi dei processi sociali, disegnerà regole nuove. Se così non fosse, sarebbe il primo medium a fallire in questo intento. E non è pensabile che il più potente tra tutti i media, la cui logica appena intravediamo ancora, fallisca.
La partita è ancora lunga. Se non abbiamo l'obbligo del gol e se nessuno può essere scettico in mancanza di gol (senza apparire ormai superficiale), qual è la strada? Cosa dovremmo pensare?
La domanda che dovremmo porci, credo, non è "se riusciamo o non riusciamo a far dimettere Fazio" (ammesso anche di essere d'accordo come massa critica). La domanda è, invece, "come possiamo gestire questo (lungo) processo sociale per disegnare una società più equa e moderna"?

Guardiamo al mondo anglosassone. Io trovo importanti le discussioni che si fanno da quelle parti, come questa tra Britt Blaser e Arthur Einstein Jiunior. I due si confrontano sul modo migliore in cui gli abitanti di New York possano prendere il controllo del loro futuro (e quindi su un nuovo modello di web framework sociale). E' un esempio, ma certi temi sono sintomo di consapevolezza, di un percorso compiuto in piena coscienza, senza isterimi e senza rincorrere storielle. Un percorso compiuto non da tutti, è ovvio, ma almeno da qualcuno. E nell'area anglosassone questo qualcuno non è "pochi".
L'effetto più evidente è che la consapevolezza, partita da studi e ricerche, diventa ogni giorno più condivisa, più radicata tra le persone comuni, più credibile agli occhi di chi, dall'esterno, raccoglie dati su un cambiamento. I giornalisti prima (che divulgano per le masse) e i centri di potere poi.

Se guardiamo all'Italia dunque, il nostro principale problema di crescita non riguarda il numero di utenti connessi, nè l'efficacia di operazioni clamorose. Piuttosto, dovremmo guardare al livello di consapevolezza che importiamo nella nostra cultura da questa opportunità che ci offrono le tecnologie. E, per fare il verso alla citazione iniziale, la consapevolezza la otterremo più ponendoci la domanda "come stiamo cambiando noi tutti insieme" che non chiedendoci come stiano cambiando i centri di potere o quanti "gol della domenica" possiamo fare.
Consapevolezza significa capire a livello profondo (oltre l'apparente causa-effetto) cosa abbiamo tra le mani e come lo possiamo usare, o persino "progettare e disegnare" per i nostri scopi.
Senza consapevolezza, non cambieremo o ci metteremo semplicemente più tempo. E più tardi cambiamo noi, più tardi reagiranno i centri di potere ai nostri stimoli per una società più equa e più moderna.

Inviato da g.g. alle 14:52 in democraziatrepuntozero | Permalink

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Commenti

;)messo tra i preferiti

Inviato da: www.aggiungi-ai-preferiti.it/ | 30 agosto 2005 alle 18:39

Sicuramente un articolo lucido e preciso. Credo però che la sfumata polemica rientri a sua volta nel discorso sociale intrapreso. Nel senso che quei singoli atti citati che si riferiscono chiaramente all' operazione di Beppe Grillo credo rientrino a pieno titolo nel cambiamento di percezione delle possibilità collettive descritto. Sono anche i singoli gol a dare fiducia nella squadra, e a puntare su una piuttosto che su un' altra. La varietà e le possibilità della rete sono tali da poter operare ciascuno secondo le proprie priorità, e riflessioni di taglio sociologico trovano posto ugualmente in questo grande spazio democratico. Il tentativo da parte di Beppe Grillo è dimostrare che ci sono i mezzi per ridurre notevolmente le intermediazioni, di poter finalmente rinunciare agli "amici degli amici". Ed è un piccolo tassello della rete, come un gol regala fiducia alla squadra. Il passo successivo è capire che tutti possiamo essere una grande squadra, che non ha bisogno di sponsor, o appoggi politici.
Saluti
Fabrizio

Inviato da: Fabrizio Palladino | 6 dicembre 2006 alle 23:03

a giudicare da quanti partiti politici esistono (nel mio sito ne ho cataolagti finora 86!!!) e da quanti di questi (il 70%) ha un proprio sito, non direi che internet sia così poco importante per la politica...

Inviato da: Antonio D'Agostino | 24 gennaio 2007 alle 11:08

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