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11/03/05

David Weinberger: la corsa alla Casa Bianca è già ricominciata

Sul numero di marzo di Internet Pro c'è un articolo importante di David Weinberger, coautore del famoso Cluetrain Manifesto e autore di libri fondamentali sulla cultura di Rete, tradotti in tutti il mondo. Dato il tema, non potevamo non offrire l'articolo in anteprima in questa rubrica.

L'elettorato riconnesso
La corsa alla Casa Bianca è già ricominciata
di David Weinberger
[Internet Pro, marzo 2005]

Nonostante la natura deludente e grossolanamente ingenua della campagna presidenziale americana del 2004, è probabile che i partiti siano al settimo cielo per l'uso che hanno fatto di Internet. Sta di fatto che non sono riusciti a sfruttare neanche una frazione del suo potenziale. Non solo: la rete che hanno usato loro era ben diversa da quella usata quotidianamente dai loro sostenitori. Di questo, negli anni a venire, i politici si renderanno conto, e sarà per loro un'amara sorpresa.

La stagione elettorale è partita - molto tempo fa - con una sorprendente rivoluzione alimentata da Internet. Howard Dean, astuto governatore di uno degli stati più piccoli, ha deciso di candidarsi anche lui alla presidenza degli Stati Uniti. Grazie a un uso sapiente e lungimirante della Rete, Dean è riuscito a passare dai 432 sostenitori del gennaio 2003 agli oltre 650.000 di dicembre, diventando così il candidato numero uno di un gruppo di nove democratici. I settimanali Time e Newsweek gli hanno dedicato la copertina dei rispettivi numeri dell'11 agosto 2003. Dean ha beneficiato dell'appoggio di Al Gore, già candidato presidenziale alle elezioni precedenti e pilastro del partito democratico.

Ma quando la palla è passata agli elettori, prima di tutto nello stato rurale dello Iowa, Dean ha ottenuto solo il 18% dei voti, rispetto al 38% riportato da John Kerry e al 32% di John Edwards. Da tutto ciò i politici hanno ricavato una lezione: Internet va benissimo per fare politica alla vecchia maniera ma per fare qualcosa di nuovo ci vuole ben altro. A meno che uno non si accontenti del 18% dei voti.

Ma non era questa la lezione da imparare. Per capirne le ragioni, proviamo a rivisitare la campagna elettorale di Dean.

Collette generose

"Credono che avremo il primato in Internet e basta", mi aveva detto all'inizio dell'estate del 2003 Joe Trippi, il responsabile della campagna elettorale di Dean. Alcuni mesi prima avevo aderito alla campagna proponendomi come consulente Internet. "Bene, il primato lo avremo in Internet, nelle donazioni, in televisione e tra la gente comune".

È importante sottolineare come Trippi, la persona coinvolta nella campagna elettorale di Dean che prima di ogni altra si è accorta del potere della Rete, faccia distinzione tra la vittoria in Internet e quella nelle donazioni ricevute. La campagna di Dean è diventata famosa proprio per la sua capacità di raccogliere fondi, tanto che a un certo punto ne arrivavano più di quanti non ne avesse raccolti Bill Clinton quando ancora era in carica. Ma Trippi si è reso conto che non era quello l'unico ruolo di Internet.

Non che Trippi rimanesse indifferente di fronte al successo finanziario. Alla fine del 2003 Dean aveva raccolto 41 milioni di dollari, consistenti perlopiù nei piccoli contributi di centinaia di migliaia di sostenitori. Era noto che sul sito della campagna Dean appariva l'immagine di una mazza da baseball: la sfida lanciata ai sostenitori stava nel versare soldi finché la mazza non fosse stata colma di dollari sonanti. Per Trippi i soldi non erano però solo un mezzo per permettere alla campagna presidenziale di Dean di raggiungere un pubblico più vasto grazie all'uso della pubblicità in televisione. Avevano anche un valore simbolico: quando i mass media si sono resi conto dello straordinario flusso di capitale verso la campagna elettorale di Dean, hanno iniziato a dedicargli più spazio.

Cosa più importante, se un candidato poteva fare affidamento sui piccoli contributi in denaro di centinaia di migliaia di sostenitori, allora poteva fare a meno di andare a chiedere l'elemosina ai più potenti. Poteva dire quello che voleva senza timore di offendere qualche sostenitore importante. Osservando Dean nel corso degli ultimi mesi della sua campagna, avevo la netta impressione che si stesse sciogliendo, che parlasse più col cuore, che le sue parole avessero senso. E mi domandavo se fosse perché non si sentiva in obbligo con nessuno.

Ma l'importanza di Internet per Trippi e per la campagna elettorale non si esaurisce qui. La Rete ha rappresentato un modello di come la democrazia può funzionare nell'epoca della comunicazione di massa.

La deviazione è distrazione

Prima dell'avvento di Internet la politica era - e lo è ancora oggi - dominata da una visione del mondo che potremmo definire 'telecomunicativa': c'è un candidato con un messaggio che lui (oppure, molto di rado, lei) vuole comunicare a un pubblico di massa. Così la politica dell'emittenza adotta le tattiche tipiche del marketing: si collauda un messaggio e poi lo si trasmette ripetutamente ai membri del mercato. Qualunque deviazione dal messaggio è una distrazione che inficia il lavoro dell'emittenza.

Finché si tratta di automobili o saponette può anche essere un approccio adeguato, ma quando si tratta di politica bisogna cambiare registro, se no sono guai seri. I cittadini si sentono estraniati. I politici si trasformano in pacchetti. La spontaneità, la franchezza e l'onestà si ritrovano estromesse dal sistema. Essere franchi diventa una sorta di rischio. Non c'è da stupirsi se la metà degli americani non si reca alle urne.

La campagna di Dean ha avuto il vantaggio di essere limitata e di poche speranze. Non aveva bisogno di raggiungere le masse - almeno non all'inizio - e non poteva usufruire delle tecniche tradizionali. Così ha puntato sull'innovazione. Per gran parte della campagna ha puntato sull'architettura della Rete.

Internet presenta infatti una struttura molto diversa dai tradizionali mezzi di telecomunicazione. Non vi è un punto centrale dal quale si trasmettono i messaggi. Internet è formato da miliardi di collegamenti tra persone e pagine. Questi collegamenti rappresentano interessi autentici: se si riporta un collegamento a un sito sui bassotti tedeschi lo si fa perché con quel sito si condivide uno stesso interesse. Cosa più importante, nella Rete non c'è alcuna centrale di controllo. Chiunque può scrivere, leggere o rimandare a quello che vuole senza chiedere il permesso a nessuno.

Tutti possono partecipare

Nella campagna di Dean si era deciso di permettere a chiunque di parteciparvi. Si incoraggiavano i sostenitori a proporre idee per portare avanti la campagna. I responsabili hanno sviluppato un loro software open-source per permettere ai sostenitori di Dean di connettersi tra loro e, cosa più importante, di uscire nel mondo reale a parlare di Howard Dean. A settembre i sostenitori hanno organizzato oltre 1500 iniziative di questo genere, spontaneamente, senza interventi esterni.

Il modo in cui i responsabili della campagna elettorale di Dean hanno risposto a un veemente attacco pubblicitario la dice lunga su cosa accade quando ci si fida dei propri sostenitori. Un gruppo noto come The Club for Growth aveva trasmesso una pubblicità televisiva dove si accusava Dean di essere un fenomeno da baraccone venuto dal Vermont, un divoratore di sushi che guida una Volvo. Tutti luoghi comuni sulle preferenze dei liberali. Invece di confutare il tutto, sul weblog del sito dedicato alla campagna elettorale di Dean ci si è fatti beffe della pubblicità, invitando i sostenitori a compilare una cartolina elettronica con il loro elenco personale di luoghi comuni, da pubblicare poi sul sito. Le risposte spazzavano dal serio all'umoristico passando per il commovente. E così una pubblicità negativa si è trasformata nell'ennesima occasione per i sostenitori di Dean di entrare in contatto tra loro.

Zephyr Teachout, che ha gestito la maggior parte del programma Internet per la campagna elettorale, insisteva a dire che lo scopo della parte cibernetica della campagna era quello di far scendere la gente in strada e di farla bussare di porta in porta. Per corroborare questa affermazione basti considerare l'uso fatto di MeetUp.com, un sito che permette alle persone di organizzare incontri mensili in ristoranti e locali . E così a metà novembre oltre 140.000 persone hanno partecipato ai raduni in favore di Dean. Questi incontri non li organizzava la sede centrale della campagna elettorale, li organizzava la gente del posto. Ci riunivamo per parlare di quello che volevamo noi, non di quello che forse avrebbe voluto la sede centrale. E così i legami che si sono creati sono diventati ancora più solidi.

È stata questa la chiave per rompere l'estraniamento del modello basato sull'emittenza. La campagna Dean non ha ribaltato la piramide telematica permettendo a 650.000 di persone di parlare con Howard Dean: una cosa del genere non funzionerebbe mai. Siamo stati invece incoraggiati a parlare tra noi. Questo riconnettersi dell'elettorato è forse il risultato più grande di Internet nelle elezioni del 2004. Vedremo i suoi effetti nel modo in cui i sostenitori di Dean e di altri democratici si organizzeranno per ostacolare la visione imperiale che George Bush ha del mondo.

Se il messaggio sembra spam

Sia Bush sia Kerry hanno fatto un uso intenso di Internet nelle rispettive campagne elettorali. Kerry ha raccolto oltre cento milioni di dollari, con una media di 108 dollari per ogni offerta effettuata on-line. Da entrambi i partiti sono stati spediti messaggi di posta elettronica a raffica. Ma benché i destinatari fossero solo coloro che ne avevano fatto esplicita richiesta, un'indagine ha dimostrato che i messaggi provenienti dall' entourage di Bush venivano filtrati come spam nel 18% dei casi rispetto all'11% dei casi dell'entourage di Kerry; sembra quindi che l'organizzazione di Kerry avesse una migliore conoscenza di come funzionano i filtri di posta. Kerry ha inoltre acquistato una serie di parole presso Google affinché effettuando determinate ricerche apparissero inserti pubblicitari a favore del candidato democratico.

Non solo, i partiti hanno sfruttato Internet anche per organizzare eventi. Nei giorni precedenti il voto, ad esempio, ho visitato una pagina sul sito di Kerry che riportava l'elenco dei sostenitori negli stati più importanti e i numeri telefonici per contattarli. Erano altresì disponibili tutte le informazioni relative agli eventi organizzati per raccogliere voti in ciascuna località. Man mano che parlavo con la gente o lasciavo messaggi, cliccavo sugli appositi pulsanti e caricavo le informazioni sulla banca dati centrale di Kerry. Una volta questo genere di lavoro avrebbe significato dover radunare tutti i sostenitori in una stanza; ora è comodamente suddiviso tra decine di migliaia di salotti. Senza contare che le chiamate le pagavo io, non il partito di Kerry.

A conti fatti, si può dire che entrambe le parti abbiano fatto buon uso di Internet come mezzo per coordinare le attività, rendendole di fatto più efficienti. Ma questa è solo una minima parte degli effetti che Internet sta esercitando sulla democrazia.

Prendiamo il blogging, ad esempio. Durante il periodo elettorale se ne è parlato moltissimo, non solo per l'uso che ne ha fatto Dean, ma anche perché i democratici prima e i repubblicani dopo hanno trattato i blogger come veri e propri giornalisti.

Il blog come scambio di idee

Il ritratto del blogger dipinto dai media di larga diffusione è quello del giornalista dilettante, un fatto che denota una certa miopia. È vero che solo una manciata di blogger sa scrivere bene quanto un cronista impiegato presso i media di larga diffusione. Ma la maggior parte di noi, e siamo dai cinque ai dieci milioni, non fa il giornalista. Scriviamo quello che ci interessa, rivolgendoci in genere a un gruppo ristretto di lettori. Ma questi lettori spesso hanno blog propri per rispondere a quello che abbiamo scritto, e possono lasciare commenti nella sezione apposita dei nostri blog. Dai blog nasce lo scambio di idee.

Chiaramente i blog attirano più attenzione quando riportano una notizia in anteprima. Una volta, ad esempio, la rete televisiva CBS ha dichiarato di aver scovato una serie di documenti a testimonianza del fatto che Bush non avrebbe completato il servizio di leva. Ebbene, la trasmissione non era ancora terminata che già i blogger avevano fatto notare come i documenti dessero l'impressione di essere stati redatti con un programma di videoscrittura uscito molti anni dopo la presunta data di compilazione dei documenti stessi. Ancora più importante è stato il modo in cui i blogger hanno raccolto la notizia e l'hanno diffusa, costringendo la CBS, suo malgrado, ad ammettere di aver preso un granchio.

A suscitare clamore non è solo la notizia ma anche e soprattutto il ribaltamento dell'autorità. Quando si trattava di cronaca eravamo abituati a considerare i giornali come la massima autorità. Ora è la natura stessa di questo notiziario popolare, con i suoi sforzi per essere obiettivo e autorevole, a sembrarci falso e manierato. Ed è questa una delle ragioni per cui il comico Jon Stewart, che conduce un notiziario satirico, gode ormai di maggior stima di quanta non ne godano i grandi nomi del settore. Se da un lato perdiamo fiducia nei confronti del giornalismo tradizionale, dall'altro ne guadagniamo in noi stessi. In merito a molte questioni noi tutti, collegati tramite la Rete, godiamo già di un'autorità indiscussa.

La ricetrasmittente di Bush

Facciamo un esempio. Dopo il primo dibattito presidenziale un blogger ha notato una sorta di piccola scatola nera sulla giacca di Bush. Subito si è scatenata una raffica di blog, in cui la gente sosteneva che non si trattava di una semplice piega nella giacca. Io ho finito per credere alla teoria più diffusa, ovvero che si trattasse di una ricetrasmittente usata per suggerire a Bush cosa dire nel corso del dibattito. Non posso essere certo che sia questa la risposta esatta ma mi sembra la più plausibile. Ho fatto un passo indietro per vedere come ero giunto a questa conclusione e ho fatto una scoperta sorprendente. Prima di tutto, cercando su siti di cui non avevo mai sentito parlare prima, avevo trovato informazioni sulla natura di queste ricetrasmittenti nonché una serie di dati sull'uso che ne avrebbe fatto la Casa Bianca in passato. Ero giunto perciò alla conclusione che parevano affidabili: del resto, molti articoli lasciavano intendere che gli autori fossero ferrati in materia. Ma si tratta di prove convincenti? Ovviamente no. In alcuni siti, poi, le immagini di Bush venivano esaminate da vicino. Di nuovo, sono sempre prove ma non sono convincenti. A spingermi a credere che quel segno sulla giacca di Bush fosse una ricetrasmittente era stato probabilmente il fatto che in rete non avevo trovato altre spiegazioni. Se ci fosse stata qualche altra spiegazione plausibile l'avrei trovata in Internet.

Non dico che il mio ragionamento sia valido e non nego che le mie conclusioni siano tutt'altro che a prova di bomba. Sto solo ricostruendo come sono giunto a determinate conclusioni. Evidentemente sono convinto che Internet nel suo complesso sia così affidabile che il suo tacere (almeno per quanto ho potuto constatare io) sia già una prova in sé. Questo la dice lunga su quanto sia diventato importante Internet come fonte di informazioni. Se questa rete a rovescio che dà voce al popolo sta diventando la nostra fonte più attendibile di informazioni, allora avrà forti ripercussioni sulla nostra democrazia, nel bene o nel male.

Ricominciare dalla democrazia.

Ma la Rete è veramente affidabile o è solo un piccolo mondo a sé stante dove leggiamo solo quello che può corroborare le nostre attuali convinzioni? È solo un luogo che riverbera l'eco delle nostre convinzioni? Era questa l'idea più accreditata dopo il flop della campagna di Dean. Com'è possibile che i sostenitori di Dean lo abbiano considerato papabile se poi nello Iowa ha riportato appena il 18% dei voti? Forse ci siamo ipnotizzati da soli con tutti quei commenti positivi sul suo weblog.

No. L'idea della camera di risonanza non mi convince. E un'indagine condotta dalla Pew Internet & American Life Project afferma che: "Gli americani che fanno uso di Internet sono più consapevoli di chi non ne fa uso riguardo a tesi di ogni tipo, anche quelle che mettono in dubbio i loro candidati preferiti e le loro posizioni su certe cose". La vera camera di risonanza sono i media di larga diffusione, almeno negli Stati Uniti, dove la gamma di opinioni che raggiunge la sfera pubblica è assai ristretta.

Il fatto che a qualcuno il blog di Dean sia sembrato un luogo che riverbera convinzioni assodate ci porta al cambiamento più evidente che Internet sta apportando alla politica e alla democrazia. Sì, le persone che hanno aggiunto commenti al blog di Dean erano senz'altro dalla sua parte e i commenti erano quasi sempre ottimistici e positivi. Ma poteva essere altrimenti? L'atto di conversare non è sempre - forse non lo è mai - un mero scambio di informazioni. È un atto sociale che contribuisce a creare relazioni. E le persone che dibattevano sul sito di Dean stavano costruendo legami importanti, rafforzati da incontri veri ai raduni e, cosa più importante, consolidati grazie al lavoro di gruppo nel mondo reale. Sono questi i collegamenti alla base della democrazia: persone che parlano delle questioni che contano, persone che si uniscono per raggiungere un medesimo obiettivo e cercano di cambiare le cose in meglio. Questa è la democrazia. Ma è anche quello che permette Internet. Internet ci mette in contatto diretto tra noi senza bisogno di un'organizzazione gerarchica che ci dica cosa fare. È un nuovo tipo di movimento politico che appartiene davvero alla gente, dove l'organizzazione autonoma permette l'emergere di risultati inattesi.

E nel 2008 sarà questa la storia di Internet nella politica. Una storia che ha avuto inizio il 3 novembre, il giorno dopo le elezioni.

Inviato da g.g. alle 16:58 in democraziatrepuntozero | Permalink

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